lunedì 16 maggio 2011

Ekogramma: ecologia grammaticale

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Nuova Grammatica contestuale

a cura di Gennaro di Jacovo

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ksantomo

1. LA LINGUA COME STRUMENTO DI COMUNICAZIONE:



Fra le caratteristiche comuni agli uomini di tutte le regioni della Terra, troviamo l' uso della lingua e del linguaggio come strumento di comunicazione.

La lingua parlata, il linguaggio o ‘parole’, è presente ovunque, mentre la lingua scritta, la ‘langue’, è codificata e attestata solo in certi tipi e stadi di cultura.


Con la nascita dell’alfabeto, o comunque di qualche sistema di scrittura che inizialmente dobbiamo immaginare quale un sistema di segni che imitassero e raffigurassero oggetti o metafore di concetti e idee, ha inizio quella che si chiama ordinariamente epoca letteraria o storica, e che ricopre una fase sensibilmente breve della permanenza dell’uomo sulla terra.
Va osservato anche che ogni animale, ogni oggetto dell’universo ha un suo modo di parlare, un suo linguaggio e forse addirittura un suo limitato alphabeto, ma l’uomo per fretta e superficialità quasi sempre ignora queste silenziose espressioni di linguaggi lontani, che a volte si fanno suoni veri e propri, come quelli degli animali, ben più intelligenti e sapienti di quanto si creda.

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Occorre rispetto e amore per ogni linguaggio, altrimenti anche il nostro, che forse è il più complesso e artefatto proprio perché esprime un mondo interiore più lacerato e conflittuale, risulterà così vario, astruso e incomprensibile un giorno, come avvenne a Babele, che non riusciremo più non solo a capirci, ma neppure a intuire quale lingua parliamo.

Gli animali, contrariamente a quanto si pensa, hanno un sistema di comunicazione efficace, vario ed unico per tutti gli individui di qualsiasi contrada e paese della Terra.

In pratica hanno realizzato da sempre un vecchio sogno dell’uomo, quello della unificazione dei codici linguistici e del superamento della differenziazione linguistica.

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Quando l’uomo fu creato, immagina Dante, un grande poeta ma soprattutto un grande linguista, espresse la sua prima parola.

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Gridò la sua riconoscenza a Dio, il suo ‘fattore’.

Unire un significato astratto, la riconoscenza, ad un suono foneticamente articolato, il significante, arbitrariamente espresso, volontariamente e intenzionalmente formulato, volle dire creare l’elemento minimo complesso della lingua parlata, la parola.

E questo si ripeterà sempre, ogni volta che un essere emetterà un segno a cui attribuirà un senso e un significato.
Accadrebbe anche se fosse cieco e muto.
Non per nulla quella che chiamiamo letteratura è stata creata da un cieco che forse neppure conosceva alfabeti.


La mente, Mnemosyne e le sue figlie, le Muse, sono esse stesse alfabeto, poesia e oceano di idee, conoscenze e segni, che poi questi siano scritti i disegnati, è cosa probabilmente di un qualche interesse solo contingente.
Cfr: Gramatikus


Riguarda la storia, le biblioteche, la letteratura e i libri, e qualsiasi altro mezzo più o meno apparentemente innovativo, che occupano solo l’ultimissima parte della vicenda umana, quella visibilmente caratterizzata anche dalla enorme e quasi sempre univoca e monopolare influenza dell’uomo sul contesto naturale esterno.
Cfr: Bibliothekargos



Successivamente all’atto primigenio e archetipico del parlare, che si pone in un tempo al di fuori del tempo e che quindi è quasi scoperto e creato da ogni parlante quando inizi ad usare il linguaggio, una volta formato un insieme cospicuo di parole d’ogni tipo, è stato necessario formare un determinato lessico, una qualche sintassi e grammatica.
Cfr: Comesque


Tutto questo solo da poche migliaia di anni si è trasformato in codice linguistico normativo e lessicale, in testi scritti in varie forme, in vocabolari, grammatiche e sintassi, in biblioteche e da poco in altri sistemi di scrittura digitale e computerizzata.

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Entrambe furono privati della libertà, furono l’uno schiavo e l’altro esule, ma non si privarono mai della loro libertà della mente, della loro capacità intellettuale, della loro intelligenza.
Questa era la loro Firenze e la loro Atene.

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2. ALTRI SISTEMI DI COMUNICAZIONE USATI DAGLI UOMINI:
La funzione centrale e principale di una lingua è quella di trasmettere informazioni, cioè di svolgere una FUNZIONE COMUNICATIVA.
Cfr: Bibliotheka Maris Prkten
Antologia e riferimenti alla Narrativa
Tarrakkond
Imarrkord
Argos


Gli uomini però possono comunicare anche per mezzo di altri segni linguistici: i gesti, le fumate degli indiani d'America, i tamtam delle tribù primitive, i cartelli della segnaletica stradale, le espressioni del volto etc…
In linea di massima si può dire che qualsiai segno a cui si attribuisca un significato comprensibile può entrare a far parte di un sistema di segni suscettibile di un ordinanento convenzionale formando quindi un codice, con un lessico ed una sintassi, delimitato ad un gruppo di individui.


Quel gruppo che deliberatamente, ‘arbitrariamente’, ossia con un preciso atto basato sulla conoscenza e sulla convenienza, lo elegge, lo crea. lo forma e trasforma.


Un inguaribile economista potrebbe parlare di una sorta di ‘contratto informatico’, o comunicativo, di tipo linguistico.


E’ un contratto senza testo scritto né compromesso, paradossalmente da rispettare a cose fatte, con la creazione di ‘codici’ lessicale e grammaticali che nascono quando il linguaggio è già divenuto lingua scritta, magari letteratura, e necessita di una sistematicità normativa.


Questa, una volta affermate le sue regole e la natura dell’errore, sorgente in qualche caso dell’evoluzione linguistica ma anche limite, confine e fine delle competenze linguistiche, una volta stabilito il modo corretto dell’uso della lingua immancabilmente ne rappresenta anche in qualche modo un argine e freno alla ulteriore sempre imprevedibile trasformazione.



3. LA DOPPIA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO:

Il linguaggio è una associazione di segni fonici o grafici significanti univocamente combinati con i relativi significati (idee - oggetti): un “insieme", insomma, del tutto "arbitrario" di simboli convenzionali ad ognuno dei quali viene associato un preciso campo di significati.

Simboli e significati mutano, nascono e muoiono, come tutte le altre cose.

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Come ogni oggetto, come ogni essere vivente, le parole hanno un loro corso vitale, nel quale è difficile anche riconoscere e distinguere la nascita dalla morte, tanto che spesso lessemi e fonemi ritenuti ‘estinti’ e abbandonati, gettati quasi nel dimenticatoio come un umile rifiuto, rinascono, rivivono e si riaffermano nel dominio linguistico, come risorti.


Questo ricorrente anche se misconosciuto fenomeno ci indica e ci insegna che in effetti non esistono in assoluto persone, cose e lingue morte, ossia nullificate e in eterno assenti e spente, perché esse, come gli uomini, rivivono nei figli, dormono apparentemente nel loro oblio e si risvegliano nell’uso e nella memoria affettiva.

Tutto quello che è veramente importante, è come un seme sotto la neve e la terra, quasi ignorato e dimenticato ma pronto a farsi pianta e fruttificare.

Quello che invece è già scoria e spazzatura, può rivivere e rinascere, essere rigenerato, come fa la Natura sempre con tutti, ed è sempre davanti a noi, in piena visibilità.


Prendiamo il messaggio " DIVIETO DI SOSTA ".

Possiamo dividerlo in tre " parti ", ognuna delle quali può essere usata in altre occasioni:

- divieto-…di sorpasso
/ il libro…-di- Luigi
/ ho fatto una lunga …- sosta -.

Inoltre uno qualsiasi di questi "segni" linguistici può essere a sua volta diviso: diviet-o; questa forma di divisione del linguaggio in unità successive fornite di significato è detta PRIMA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO.

Ma ognuna delle unità individuate nella PRIMA ARTICOLAZIONE può essere divisa in unità più piccole PRIVE DI SIGNIFICATO.

Per esempio: "sosta" è formata da 5 unità: s-o-s-t-a, ossia da 5 FONEMI, ognuno dei quali fa distinguere questo segno da altri come p-osta, s-e--sta, so–r-ta, sos-i-a,. Questa è la SECONDA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO, con cui dividiamo le unità significative nei singoli suoni che la compongono.



L'ATTO DELLA COMUNICAZIONE:

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Molteplici sono, come si è accennato, i tipi di comunicazione, ma noi ora ci interesseremo in prevalenza della comunicazione di tipo linguistico.

Perché avvenga una comunicazione linguistica è indispensabile la presenza di una persona che parli o che scriva, innanzitutto, che sarà l' EMITTENTE, o mittente, o trasmittente, ossia la fonte stessa dell’atto linguistico, il creatore del messaggio con un grado più o meno alto di intenzionalità e di volontarietà, in quanto nei diversi tipi di letteratura possiamo rilevare in chi si fa autore la presenza più o meno vistosa di una personalità ispiratrice condizionante o di una qualche committenza umana o divina.


Quello che questa persona ‘autore’ dice o scrive sarà il MESSAGGIO o DISCORSO.

La persona a cui il messaggio è destinato sarà il DESTINATARIO, o RICEVENTE.

Perché vi sia "comprensione", bisogna che la lingua usata di chi parla (o scrive, o telefona, o comunque trasmette) sia conosciuta da chi ascolta o legge.
Si deve perciò usare un CODICE (il complesso di "segnali" le"parole"
di un linguaggio o d'una lingua) comune.

***
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La COMUNICAZIONE, una volta per così dire attivata dalla emissine di un messaggio da parte del mittente, può essere ostacolata da vari fattori (rumori; scarsa attenzione del DESTINATARIO o RICEVENTE; una precisa volontà di non entrare in comunicazione da parte del destinatario).

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Naturalmente la filosofia del linguaggio, più che la grammatica, studia ed esamina queste modalità che chiamerei glottosofiche, poiché riguardano la conoscenza, la sapienza della e sulla lingua.


Schema 1 :
RUMORI (esempio: la lontananza;
il chiasso nell'ambiente.)
MITTENTE ... SEGNALE ... CANALE ... RICETTORE … MESSAGGIO

(la persona che (emissione (vibrazioni (apparato uditivo (articolazione
parla - scrive) di suoni ) acustiche) di chi ascolta) di significati)


CODICE (la lingua parlata, come si-
stema di simboli, nei quali ad
ogni SIGNIFICANTE -suono/segno-
corrisponde un SIGNIFICATO –
concetto / idea _________________)

*** ***
DESTINATARIO
( la persona che riceve il MESSAGGIO
e trasforma i SIGNIFICANTI in
SIGNIFICATI - concetti / idea ___ )


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Lo Schema 1 è riportato in G. BARBIERI, Le strutture della nostra lingua, La Nuova Italia, FI 1972, pag. 9.
A. MARCHESE in Didattica dell'Italiano e strutturalismo linguistico, Principato, Mi 1973, pagg. 23 segg., riporta il seguente schema, proposto da R. JACOBSON (Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, 1966, p. 185):



CONTESTO
MESSAGGIO
*** MITTENTE DESTINATARIO
CONTATTO
CODICE


A questi FATTORI della comunicazione, corrispondono le seguenti
FUNZIONI del linguaggio, ossia diverse finalità d'uso del linguaggio:

INFORMATIVA
POETICA
EMOTIVA O ESPRESSIVA
CONATIVA
FàTICA
METALINGUISTICA


5) LA FUNZIONE DELLA LINGUA:
quando una persona rivolge il discorso ad un'altra, utilizza il linguaggio per diversi fini.

Per esempio:

"Mio fratello ha terminato il servizio militare e torna a casa questa sera"….. "Mi fa piacere questo, sono d'accordo"……
"Vieni questa sera a casa nostra”.


Chiamiamo "a", "b" e "c" rispettivamente le tre frasi.:

"a" informa d’un fatto avvenuto e d'un altro prossimo ad avverarsi; "b" reagisce esprimendo un parere personale;
"c" esprime un invito, una esortazione.


Possiamo dire che ogni frase svolge una FUNZIONE tipica del linguaggio.

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Le ‘ FUNZIONI ’ della lingua sono:

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1) INFORMATIVA, o ‘referenziale’, tipica del discorso storico e scientifico: "informa";

2) ESPRESSIVA, esprime contenuti ‘soggettivi’ e personali, non fatti e dati informativi. Tipica del linguaggio dei "poeti" e di chiunque voglia comunicare emozioni, sensazioni, sentimenti, stati d’animo;

3) CONATIVA o imperativa, sollecita gli altri a compiere determinate azioni. Tipica del linguaggio giuridico, "profetico", moraleggiante. Ve ne sono altre due, più specifiche e adatte a particolarissime situazioni:

4) FàTICA, per sollecitare l'attenzione di chi ascolta: “mi sono spiegato?” – “Va bene?” – “Pronto!?" (al telefono…);

5) METALINGUISTICA, quando il discorso riguarda (come ora) la lingua stessa, la definizione delle parole: è il linguaggio delle "grammatiche" e dei vocabolari.
Infine, v'è una specialissima funzione, propria di chi tende a concentrare la comunicazione e l'espressione sulla "forma" dell'enunciato, sul fattore STILE. E' la funzione:

6) POETICA, tipica della poesia, , ossia arte e ispirazione.
CLASSIFICAZIONE DEI FONEMI USATI IN ITALIANO:



SCHEMA 2

POSIZIONE DELLE LABBRA

Distese a arrotondate
è ò
e o
i u
anteriori posteriori


LE VOCALI:

Quando pronunciamo le vocali, vibrano le corde vocali.
La diversità dei suoni dipende dalla posizione della lingua nella bocca o dalla forma delle labbra.
Per le vocali i , è ( e chiusa) ed è ( e aperta ) viene tenuta più alta la parte anteriore della lingua. Per a, la lingua resta distesa.
Per ò ( o aperta ), o (o chiusa ) ed u, viene tenuta più alta la parte posteriore della lingua .

Quanto alle labbra, esse sono arrotondate per la pronuncia della ò , e della u - sono in posizione intermedia per la a e sono distese per la è ,la e e la i .


LE CONSONANTI:

Si dividono in SORDE e SONORE.

Sono " SONORE " quelle che si pronunciano con vibrazione delle corde vocali : B; D; G; V; S (sonora); Z (sonora ); G ( palatale ); M; N; GN; L; GL (palatale ): R.

Sono " SORDE " quelle che non comportano vibrazione delle corde vocali: P; T; C ( velare ); S; (sorda ); Z; ( sorda ); C; ( palatale ); SC; ( palatale ).

Oppure, in relazione al LUOGO di articolazione, si dividono in:
LABIALI : P; B; M (bilabiali ) - F; V ( labiodentali).
DENTALI : T; D; N; L; R; S; Z;.

PALATALI : C; palatale ( c + e/i); G; palatale (g + e/i); SC; palatale (sc + e/i) GL; palatale (gl + i; gli + a , e, o, u) ; GN; palatale (gn + a, e, i, o ,u).
VELARI : C; velare (c +a, o, u - c+ consonante; ch + e ,i; Q; (u) +a, e, i, o).
Infine, secondo il MODO di articolazione, si dividono in:
OCCLUSIVE: p; b; m; (bilabiali) - f; v (labiodentali) - t; d (dentali) - c; g (velari).
AFFRICATE: z (dentale) - c, g (palatali).
SIBILANTI: s, z (dentali) – gl (palatale).
FRICATIVE: F,V (LABIODENTALI).
LIQUIDE: r, l (dentale) – g l (palatale).
NASALI: m (bilabiale) – n (dentale) – gn (palatale).



Nota:

la " h " è solo un "grafema", cioè un segno grafico, e non un fonema, ossia un suono vero e proprio. Distingue i suoni velari ‘ c ’ e ‘ g ’ davanti ad ‘ e ’ ed ‘ i ’ .

Suono velare .. : casa, gatto - china, ghisa.
suono palatale : cena, gesso - Cina, Gino.


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*

DIVISIONE IN SILLABE:


Ogni sillaba contiene almeno una vocale.
Una parola può essere, in base al numero delle sillabe:


- monosillaba…………………….una sillaba (re, bar, per, di, a, da)
- bisillaba………………………...due sillabe (mon - te; ar –t e)
- trisillaba……………………...tre sillabe (pe – co - ra; r e – gi - na)
- quadrisillaba……quattro sillabe (vo - g a - to -re; a – ma – to - re;)
- polisillaba……………... più di 4 sillabe (in – ve – sti- - ga – to - re )



NORME PER LA DIVISIONE IN SILLABE:

Ogni consonante FA SILLABA CON LA VOCALE CHE SEGUE.
Per esempio: ma - re;
Le consonanti doppie si dividono: gat –t o; car - ro.

Quando si hanno gruppi di consonanti, la prima fa parte della sillaba che precede, le altre della sillaba che segue: con – so – nan - te.
Fanno eccezione i gruppi di consonanti con cui può cominciare una parola: ..…. ma –e – stro; stro –fa ; ri -splen - de - re; splen - den – te.


DITTONGHI:

I gruppi di vocali fanno DITTONGO quando si pronunciano con una sola emissione di voce:

UO - mo; VIE - ni; AU - to.

Quando si pronunciano separatamente, si ha uno IATO:
spi - a - re; le – o - ne.


DITTONGO = i \ u + VOCALE:

Uno IATO si forma anche fra a, e, o + u \ i quando ‘u’ oppure ‘i’ sono accentate: pa-ù-ra; vì-a; e nei DERIVATI DI TALI PAROLE: pa-u-ro-so.


7) L'ACCENTO: quando si pronuncia una parola, si mette in rilievo una sillaba. Questa intonazione più energica è detta ACCENTO.


In base all'accento le parole sono:



TRONCHE : accento sull'ultima sillaba: ....... virtù

PIANE : accento sulla penultima sillaba ... vedére

SDRUCCIOLE : accento sulla terzultima sillaba .... àlbero

BISDRUCCIOLE : accento sulla quartultima sillaba ... òrdinano





In genere l' ACCENTO si segna solo SULLE TRONCHE e sui seguenti MONOSILIABI:



è, né, sé, sì, di', dà, là, lì',

per distinguerli dagli o m o g r a f i
( omografo: che si scrive nello stesso m o d o ) : e, ne, se, si, da, di, li, la..



8) L'ENUNCIATO O PERIODO:


1. Tuo padre dice che partirà alle tre. Vado con lui.
2. Tuo padre dice che partirà alle tre.
3. Vado con lui.


n.. 1.= DISCORSO; N. 2. e 3.= ENUNCIATI o periodi.


4. Che caldo fa qui dentro! Non si potrebbe aprire un poco la finestra?
5. Che caldo fa qui dentro!
6. Non si potrebbe aprire un poco la finestra?


La frase n. 4 è un DISCORSO; le n.5. e 6. sono ENUNCIATI o periodi.
I segmenti in cui si può suddividere un discorso ( 1. e 3. ), secondo i criteri dell' INTONAZIONE e della possibilità di inserire una pausa tra un segmento e un altro, si possono chiamare ENUNCIATI o PERIODI ( 2..- 3.- 5. e 6.).

9) L'INTONAZIONE:
i tipi dell' INTONAZIONE sono tre: affermazione, esclamazione e domanda. Nelle frasi 2.. e 3. ‘cade’ alla fine dell'enunciato ed esprime affermazione. Nella 5. indica esclamazione. Nella 4. interrogazione o domanda. Nelle frasi 2.. e 3. troveremo un punto fermo : ‘ . ’ - a fine enunciato; nella 5. un punto esclamativo; ‘ ! ’ -; nella 6..un punto interrogativo; ‘ ? ’ - .
I segni d'interpunzione ( . /punto; , /virgola; ; /punto e virgola; : /due punti; ….) sono simbolo grafici che servono ad indicare pause e diverse intonazioni a proposizioni e periodi.

Il PUNTO segna una pausa marcata e separa due periodi o due proposizioni:

… ‘Ei fu. Siccome immobile …’


La VIRGOLA indica una breve pausa e può essere usata:

a.per isolare un vocativo: "Stai tranquillo, Luigi, verrò appena è possibile"; b. per isolare un'apposizione con aggettivi e complementi: ‘Dante, il grande poeta fiorentino, fu esiliato’;
c. per dividere due enunciati: ‘E' vero, non partì’; d. per separare le parole in un elenco (enumerazione): ‘l'aria era limpida, chiara, fresca’.
Il PUNTO E VIRGOLA indica una pausa più lunga, rispetto a quella indicata dalla virgola, fra due frasi che si vogliono unire tra loro.
Segna perciò una pausa APERTA nel contesto dello stesso periodo e della stessa proposizione: ‘la situazione era difficile; per questo decisi di rimanere’.
I DUE PUNTI indicano che il periodo che segue spiega quello precedente. Possono precedere una enumerazione, un elenco. Sono d'obbligo per introdurre un DISCORSO DIRETTO ( riportato fra "virgolette").
Per es.: ‘ Giuseppe si alzò e disse: "Tranquillizzati, sistemerò tutto!" ’.

DEFINIZIONE DELL'ENUNCIATO:
l' enunciato è un segmento di un discorso, contrassegnato da una particolare INTONAZIONE e seguito ( nonché preceduto ) da una PAUSA prolungabile.

10) IL DISCORSO, quindi, si divide in ENUNCIATI .
Questi in PAROLE o ‘MONEMI ' .
Queste si dividono in morfemi come: LUP - o; GATT – o
che sono le UNITA' GRAMMATICALI MINIME .
(Giovanna BARBIERI, op. cit.)


1). Con ……………………… un morfema = parola monomorfemica
2). Caten-a …………………… due morfemi = " polimorfemica
3). Con-caten-are …………… tre " = " " "
4). Con-caten-at-o…………….. quattro " = " " "


Più precisamente una parola si divide in queste parti :

prendiamo = parola o monema di nove grafemi (lettere) o fonemi (suoni)
- prend = monema radice, LESSEMA (parte significante) o morfema lessicale.

- iamo = monema grammaticale ('desinenza’ o ‘terminazione’, in certi casi) oppure MORFEMA GRAMMATICALE, ossia INDICATORE della 'forma' della PAROLA: maschile, femminile, singolare, plurale, persona per il verbo, in questo caso.

Quindi per le parole, o MONEMI, soggette a variabilità nella parte finale, si riconoscono più parti. Una - centrale - indica significato.

Le altre- finali, indicano il genere, il numero, in certe lingue il CASO, o, per i verbi, il numero e la persona .

Questi sono ‘morfemi’ , e mutano la ‘FORMA’ (SIGNIFICANTE), non la 'SOSTANZA' ( SIGNIFICATO).

Sono il 'vestito', o la ' maschera' delle parole.

**
*

I MORFEMI anteposti, ossia situati all'inizio del monema, prima del LESSEMA, sono dei prefissi. (particelle 'messe prima del tema’ ).
Per esempio: con - catenare ; per - correre ... .


IL MORFEMA LESSICALE comune, ossia il LESSEMA, portatore del SIGNICATO BASE, rappresenta la parte - il nucleo - della parola
( monema ) che resta dopo aver tolto prefissi e suffissi ( morfemi grammaticali ), ed è la RADICE della parola (talora coincide con il TEMA, in casi particolari ).
I MORFEMI aggiunti alla radice si dicono 'suffissi' con termine generico . Per esempio:

Corr-
Ent-
-e-
Mente

Radice
e tema

Morfema
lessicale
o
lessema

Morfema
Vocale
Gramm.le.

marca Eufonica
Morferma gramm.le

Marca \ desinenza



Schema 3

PER
CORR
ERE


PREFISSO

o monema
grammaticale

Morferma


(greco:morphè ... forma)


RADICE o monema lessicale

lessema (=greco semàino ... significo; * lèksis ... discorso)


SUFFISSO

o monema
grammaticale


Morfema

( morphè ... forma)


11) LE DESINENZE :

I morfemi- suffissi contribuiscono, come si diceva prima, a DIFFERENZIARE
le CATEGORIE grammaticali : NUMERO – TEMPO - PERSONA - MODO e GENERE.


nota:
... se il SUFFISSO si unisce direttamente alla RADICE (lessema) , la parola può dirsi PRIMITIVA .

Se si unisce alla radice dopo un altro suffisso ( moferma grammaticale ), la parola si dice DERIVATA .

Per le osservazioni su "lessemi", "morfemi grammaticali”, ”morfemi lessicali" e "monemi" vedi: A. MARTINET, Elementi di linguistica generale, Universale, Laterza, Bari 1977, 1.9 pag. 23 e 4..20 pag. 137 e: A. MARCHESE - A. SARTORI, Il segno il senso - Grammatica Moderna della lingua italiana, Principato Editore MI 1975, pag. 33 .




12 * I SINTAGMI O GRUPPI - NOMINALI / VERBALI E
PREPOSIZIONALI :



In un ENUNCIATO possiamo chiamare "SINTAGMA” (greco syntàksis ... composizione, cfr. syntàsso ... dispongo in ordine syntàksis ... sintassi, disposizione ordinata, in linguistica vale:messa in ordine metodica degli elementi d'un lingua)oppure “GRUPPO” NOMINALE (GN) ogni agglomerato (gruppo) di parole formato dall’ ARTICOLO (o DETERMINANTE) + NOME, dall’ARTICOLO + AGGETTIVO + NOME, oppure ARTICOLO + NOME + AGGETTIVO (DETERMINANTE o MODIFICANTE), o dal solo NOME (GN).


Possiamo chiamare SINTAGMA o GRUPPO VERBALE ogni gruppo di parole formato dal VERBO + ARTICOLO + NOME, dal VERBO + GRUPPO NOMINALE o PREPOSIZIONALE oppure infine dal solo VERBO (GV).


- il pioppo
- il verde pioppo
- il pioppo verde

determinante \ nominale
- determinante \ modificante \ nominale
- determinante \ nominale \ modificante


* il modificante in questo caso è ‘lessicale’, poiché modifica proprio in senso lessicale, apportando una direzione precisa al significato del nome.


chiameremo SINTAGMI I GRUPPI DI PAROLE, COLLEGATE DAL
SENSO E DISPOSTE SECONDO LE REGOLE DELLO STILE, che
trovano nel VERBO il loro “nucleo logico, sintattico e semantico
centrale” .



F. s. = GN + GV = A(D) + N + V + A(D ) +N

***
*

I contadini ............... = GN (=A+N)
Abbattono un pioppo ........ = GV (=V+GN2) = (V+A(D)+N)
Abbattono .................. = VERBO (VERBALE)
Un pioppo ................. = GN2 (=A(D)+N)


GN1 = i contadini = "soggetto" - GN2 =un pioppo = "complemento oggetto".



Schema N. 4 :

Phrase marker = indicatore di frase

F


GN1
GV

D
N V GN2
D N
i contadini abbattono un pioppo
DET. NOME VERBO DET NOME

ART. NOMINALE ART. NOM.LE
G.N.1 _ _ VERBO GN2____


DET.(ART) + NOME VERBO + DET(ART) + NOME


FRASE SEMPLICE

Chiameremo SINTAGMA o GRUPPO PREPOSIZIONALE quell’insieme di parole, collegate dal senso e concordanti fra loro, che siano rette da una preposizione.
In pratica un ‘complemento indiretto’.



Tale sintagma o gruppo ‘preposizionale risulta formato da:
PREPOSIZIONE (FUNZIONALE) + GN e rappresenta una ESPANSIONE, poiché amplia e arricchisce la presenza “semantica” di un monema

(parola: nome, verbo, aggettivo-modificante) nella frase).


**
*

Nota bibliografica:

Per tutte queste definizioni vedi: G. DEVOTO, Avviamento alla etimologia italiana, Dizionari Le Monnier e: J. DUBOIS - M. GIACOMO - LOUIS GUESPIN - C. MARCELLESI - J.P.NEVEL , Dizionario di linguistica - Ed. Zanichelli.
E ancora, per la parte sulla grammatica trasformazionale: F. VANOYE, Usi della lingua, Manuale di italiano per le Scuole Medie Superiori, Società Editrice. Internazionale TORINO
.



Per gli insegnanti, sono utili:

E.Cavallini Bernacchi, L'insegnamento della lingua, Il punto emme edizioni , Milano -

N. Chomsky, Le strutture della sintassi, Universale Laterza., Bari

Gennaro di Jacovo, Grammatica contestuale, Estetica contestuale, linguistica contestuale, Wikibooks



Utili sono i volumi di G. MOUNIN:

Guida alla linguistica, Guida alla semantica e Storia della linguistica (2 voll.), tutti della UE Feltrinelli (n. 626 - 713 e 576/635 della collana ), nonché Didattica dell'Italiano e Strutturalismo linguistico, di A. MARCHESE, Principato).


§§
§


Schema 5:
Phrase maker ( con GP = ESP )
F


GN1 GV


D N V GP


P GN2


D N


un uomo corre per la strada

qui il GN 1 è il SOGGETTO – il GN 2 è il GRUPPO NOMINALE che, con la PREPOSIZIONE, forma il GRUPPO PREPOSIZIONALE (C0MPLEMENTO DI MOTO PER LUOGO).

Nota: gli AVVERBI. Possono avere la stessa funzione dei GP: ad esempio:

il treno correva a gran velocità
GN V GP
______ GP = prep\agg\nome
= funzionale\modificante\ nome
____________________ ___________ _______________
GN GV

Nella frase possiamo SOSTITUIRE il GP “a gran velocità” con l’avverbio “velocemente”.
Le preposizioni, con le congiunzioni e il pronome relativo, possono chiamarsi
funzionali, o indicatori di funzione,
perché collegano, mettono in relazione, indicandone appunto la ‘funzione’,
GN con un verbo o GN con GP

( preposizione) o GN, GP e frasi tra loro (congiunzione).

Il pronome relativo funge da “raccordo” fra sintagma predicativo principale ed una subordinata.


I nomi rientrano nella categoria dei nominali,
i verbi in quella dei verbali.



Gli articoli appartengono alla categoria dei determinanti o determinativi.

Aggettivi e avverbi a quella dei modificanti, perché modificano, precisano il senso di un nominale o di un verbale.


I verbi essere e avere ausiliari, i verbi servili e fraseologici sono modalità perché precisano un rapporto logico fra GN 1 / 2 e modificante nominale (nome del predicato) o fra GN 1 / 2 e verbale.



****
*


Seconda parte



1) La subordinazione: l’aggettivo.



Esaminiamo la frase: un grande albero fu abbattuto
GN GV





un frondoso albero fu abbattuto
GN GV



‘grande’ e ‘frondoso’
sono espansioni, ovvero subordinati o dipendenti concettualmente di ‘un albero’, che è il centro del GN, infatti possiamo eliminare questi due aggettivi o attributi, che sono determinanti o modificanti lessicali, mentre gli articoli sono determinanti grammaticali poiché accompagnano il nominale collocandolo grammaticalmente, senza modificare il significato, senza turbare la struttura della frase.



2) La subordinazione: sintagmi ‘centro’ e sintagmi ‘subordinati’.



Esaminiamo la frase:
Un aereo incredibilmente grande volava a velocità supersonica
__ ___ ____________ _____ _____ __________________
DG N D(M) DL V GP
___________________________ _______________________

Gruppo Nominale ___ Gruppo Verbale
Frase semplice


‘Incredibilmente’ è subordinato di ‘grande’, determinante lessicale, che a sua volta è subordinato di ‘aereo’.

… …
La funzione di questi ‘subordinati’ è quella di arricchire e completare il senso della parola a cui si riferiscono, allargandone, “espandendone” il campo semantico, oppure indirizzandole e precisandolo in determinate direzioni.



Se diciamo:
un aereo di linea


il GP ‘di linea’ è subordinato del GN ‘un aereo’: è una sua ‘espansione’, perché ne delimita, ne precisa, ne espande il significato in una direzione determinata.

L’intensità semantica del GP ‘di linea’ si dirige sul GN ‘un aereo’.
Avverbi, aggettivi, gruppi preposizionali sono perciò dei subordinati, delle espansioni dei GN, dei verbali, dei determinanti lessicali(aggettivi).
Ossia: avverbi, aggettivi e GP sono espansioni, subordinati di GN, oppure di verbi e di aggettivi (verbali e modificanti).

3) Il soggetto: in un enunciato può essere posto un GN il cui nome è legato al verbo nel numero e nella persona. Tale nome, se si tratta di un nome, perché può essere un monema appartenente ad altre categorie, un aggettivo, un verbo,, un avverbio, un articolo e così via, è il soggetto del verbo.
Si parla del sintagma che chiamiamo ‘gruppo nominale 1’ (GN1). Di solito mettiamo in italiano questo gruppo prima del verbo, ossia rendiamo una parola protagonista della frase e la leghiamo al verbo.

In taluni casi, come nell’ anacoluto ( dal greco senza collegamento ) , in cui il GN2 (il complemento oggetto comunemente detto) precede il GN1 (soggetto), che però riafferma la sua natura di

‘ protagonista ’

riagganciandosi con un pronome (nominale sostitutivo) al GN2.

Ad esempio:
… Coloro che tramontano (GN2), io li (pronome = nominale sostitutivo)
amo con tutto il mio amore: perché passano all'altra riva … …

( F. NIETZSCHE, Also sprach Zarathustra, Adelphi a.c. G. Colli, pag. 244 ) .

In questa frase il GN1 (=soggetto) è il pronome personale ‘io’.
Un pronome sostituisce un nome, ed è quindi un nominale sostitutivo.

La frase è una trasformazione della frase complessa:

Sono Zarathustra ed amo … coloro che tramontano … con tutto il mio amore … perché passano all'altra riva ( perché passano all’altra riva = frase subordinata – ESPANSIONE FRASE CAUSALE).

Il pronome relativo (indicatore di funzione) " CHE " collega due frasi subordinandone una:
quelli tramontano
quelli passano all'altra riva
Zarathustra ama
Io sono Zarathustra



Io amo quelli …. amo quelli che passano …. all'altra riva.
…. Amo quelli che tramontano …. Perché passano all’altra riva .
“ PERCHE’ ” è ‘CONGIUNZIONE’.
Indica una funzione causale.

E' un INDICATORE DI FUNZIONE e come tutte le "congiunzioni" subordinative, INTRODUCE UNA SUBORDINATA ( la ESPANSIONE FRASE corrisponde ad una ESPANSIONE "complemento" , ma CONTIENE - in più - UN VERBO ) .




Le ESPANSIONI COMPEMENTO sono introdotte da funzionali preposizioni e sono Gruppi Preposizionali .


Le ESPANSIONI FRASE sono introdotte da
CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE.


Le altre congiunzioni - quelle coordinative - servono a collegare tra loro frasi semplici (indipendenti, primarie, principali) o frasi\espansione (subordinate).

Tornando alla frase:

un cane salta un fosso….

GN1 GV
D+N


V GN2


D+N

**

§

§


“ un cane “ è SOGGETTO.

Il significato della parola " cane ” è il
"protagonista" della frase, che fa da
“ teatro contestuale ”.


Proviamo a dire:
un fosso salta un cane ….

Suona strano ed assurdo.
Ma non in un contesto diverso.
In una fiaba, sarebbe "possibile". Non nella vita quotidiana.

*** In latino, o in greco si può mettere il GN2 (compl.oggetto)
prima del verbo.

Perché i casi permettevano di conservare il senso complessivo e lo dirigevano logicamente nella frase.
In latino posso dire:



Lupus hominem est / hominem lupus est / est hominem lupus.




Sarà sempre il lupo a nutrirsi, in questo tipo di indicazione.
(Fs=Frase semplice=GN+GV).

‘Est’, in latino, vale anche ‘divora, mangia’, non solo ‘è, esiste …’.

Era l’accusativo ‘hominem’ che diceva ai ‘latini’ quale dei due significati dare al verbo, in questo caso.

Il soggetto compie l'azione …. Questa non è una affermazione giusta.


Se dico: ….
L'uomo è mangiato dal lupo

- comprendo che "l'uomo" non compie, anzi, è "vittima" dell'altrui azione.



Sia permesso qui osservare che la retorica delle pecore ‘miti’, dei lupi ‘cattivi’ e dell’uomo sempre ‘vittima’, ma molto bene armata, ha portato in realtà all’estinzione del lupo, animale nobile, intelligente e socialmente elevato, nonché capace di linguaggio, ed al proliferare indiscriminato degli ovini e degli umani, frenato con sistemi che non è comunque da ‘homo gramaticus’ spiegare, anche per evitarne l’uòteriore diffusione.


**

§


§


§


*
Se dico: Don Abbondio è vile - Don. A. "compie".
Se dico: Don Abbondio fu minacciato - Don. A. non è "attore" del senso dell'azione. Lo è solo "grammaticalmente".

E' il protagonista , la "parola" (Nome proprio, qui), messa in rilievo, proposta dall'attenzione dell'ascoltatore/lettore/RICEVENTE (destinatario del MESSAGGIO).

§
§§


Quindi diremo che il GNI (SOGGETTO, secondo la tradizione tassonomica grammaticale) è quella parola che viene MESSA IN RISALTO, in evidenza, quale PROTAGONISTA della frase ( ...’teatro contestuale’ ), e che concorda con il verbo.
Cfr: Gramkartaut
Ksantomo
Gramkartaut su Wikio
Ksantmo


§§
§


Questo, ove il soggetto sia espresso.
Ossia quando la frase non sia imperniata su un verbo, o un'espressione, IMPERSONALE (piove …. è giusto fare così …. ) oppure quando il soggetto non sia sottinteso.

2) Le frasi: possiamo dividere ogni enunciato (periodo e discorso fra due punti) in parti corrispondenti ciascuna ad un GRUPPO VERBALE accompagnato da sintagmi (GRUPPI) NOMINALI e PREPOSIZIONALI SUBORDINATI (dipendenti) e comunque legati ad esso.


§

3) Chiamiamo FRASE ognuna di queste parti.

LE FRASI sono unite da

CONGIUNZIONI COORDINANTI

( INDICATORI DI FUNZIONE COORDINATA ), se unisco frasi semplici fra loro: di notte dormo e sogno (= due frasi semplici unite, coordinate = FRASE COMPOSTA…. ) o

SUBORDINANTI


se unisco uno o più SUBORDINATE (dipendenti, secondarie) a una FRASE SEMPLICE CHE FA DA REGGENTE / PRINCIPALE / INDIPENDENTE / PRIMARIA …. di notte dormo e sogno …. ‘Perché amo riposarmi pensando’.

“ Perché ” è un "indicatore di funzione", introduce una subordinata che arricchisce il "senso" della PRINCIPALE (di notte dormo) coordinata con l'altra frase semplice (anche "principale", ma aggiunta)….’e sogno’.


Le frasi sono unite da congiunzioni e separate da brevi pause segnate con virgole, in genere.

***

Nota:

**
* Sono molto usate nel linguaggio parlato le “FRASI A SCHEMA MINORITARIO"
(ossia a schema abbreviato, perché s'intuiscono gli elementi sottintesi già precedentemente pronunciati o facilmente ricostruibili):… "pronto!…." - " al diavolo!…" - "povero me!" - (enunciati derivanti da trasformazioni esclamative di : ‘io sono pronto’….etc). Oppure: "Dove vai?" - "a Scuola !" (enunciati usati nelle risposte, ove si sottintendono gli elementi intuibili).

Anche i titoli, i cartelli pubblicitari, le insegne sono "a schema minoritario": ‘più facile, sarà difficile’… ‘così bianco che più bianco non si può’… ‘chi vespa mangia le mele’.
Così anche per enunciati emessi in momenti di fretta o di concitazione… "quella sciagurata!!…" …"un serpente!…"… et cetera.



4) COORDINAZIONE E SUBORDINAZIONE : Le frasi possono essere unite fra loro dunque dalle CONGIUNZIONI, per ‘polisindeto’ o da segni di punteggiatura, per ‘asindeto’.
Ad esempio:…’noi studiamo e voi giocate’; ‘noi studiamo. Voi giocate’.


LE CONGIUNZIONI (funzionali) COORDINANTI uniscono anche, oltre a frasi, GRUPPI NOMINALI E PREPOSIZIONALI.

Ad esempio….: ‘ho incontrato Carlo e suo fratello’ … ‘ non ho visto né tuo padre né tua madre’.


Le congiunzioni COORDINANTI o COORDINATIVE principali sono le:


- Copulative….: e, anche, pure; né; neanche, neppure, nemmeno.
- Disgiuntive…: o, oppure, ovvero.
- Avversative…: ma, però, anzi, invece, pure, peraltro, tuttavia.
- Dimostrative o dichiarative…..: cioè, infatti, difatti.
- Conclusive…: dunque, pertanto, perciò, quindi, sicché.
- Correlative…: e….e; sia…sia; tanto…. Quanto; così…. Come;


Occorre ricordare che : queste congiunzioni uniscono solo frasi o proposizioni principali , quando uniscono delle frasi.

Osserviamo ora quest'altra frase:
‘non uscimmo di casa per la pioggia’.

Il GRUPPO PREPOSIZIONALE "per la pioggia" è un "subordinato", una ESPANSIONE che "arricchisce" il senso della enunciato-base:


"( noi ) non uscimmo "
“di casa " è complemento di moto da luogo, ‘espansione’ del verbo.



Al posto dell'espansione "per la pioggia" possiamo immaginare una frase intera, che sarà anch'essa in un

RAPPORTO DI SUBORDINAZIONE

rispetto all'enunciato - base (o centrale).


In questo caso AVREMO UNA ESPANSIONE FORMATA NON DA UN SEMPLICE AVVERBIO o AGGETTIVO o GP, MA DA UNA FRASE VERA E PROPRIA, che chiameremo


PROPOSIZIONE SUBORDINATA ( ESPANSIONE frase )


***
*

La frase da cui dipende si chiamerà PROPOSIZIONE
PRINCIPALE o reggente, o in qualunque altro modo equisemantico



La frase : non uscimmo di casa per la pioggia…
(GRUPPO PREPOSIZIONALE \ COMPLEMENTO DI CAUSA)


Diventa : non uscimmo di casa perché pioveva
(ESPANSIONE FRASE CAUSALE)




Del GP (complemento) "per la pioggia"


Un altro esempio: …

Mario si alzò nonostante la febbre
GN ________________
N V ____GP ____




GV


Il GP "nonostante la febbre" può essere sostituito con una frase SUBORDINATA, previa l'aggiunta d'un VERBO:

Mario si alzò, nonostante la febbre …

Mario si alzò, sebbene avesse la febbre

MARIO SI ALZO' : proposizione principale \ frase semplice.
SEBBENE AVESSE LA FEBBRE: proposizione subordinata alla principale / Concessiva.

Il complesso della due frasi è una FRASE COMPLESSA ( = periodo).


**
*

Nota :

le FRASI o PROPOSIZIONI SUBORDINATE sono introdotte da parole "invariabili", senza indicare morfematici di genere, numero, tempo, modo e persona, che chiamiamo
CONGIUNZIONI SOBORDINATIVE

(indicatori di funzione subordinata), in quanto subordinano una frase, indicano un suo rapporto di

DIPENDENZA DA UN'ALTRA.

Le principali congiunzioni subordinative sono:
Finali……………...: affinché, acciocché, che, perché, per.

Consecutive……….: tanto da, talmente da, tanto che, cosicché, sicché.

Casuali…………….: perché, giacché, che, siccome.

Temporali……….…: quando, che, allorquando, finché, mentre, allorché,
dacché.
***
*

Concessive…….…...: sebbene, nonostante, benché, quantunque, allorché.

Dichiarative………..: che, di.

Interrogative e Dubitative: che, se, perché, quando, come.

Modali……………..: come, siccome, quasi, comunque.

Eccettuativa………..: fuorché

Comparativa……….: come, siccome, piuttosto che, più che, tanto che.


**
*



TERZA PARTE


A. LA PRODUZIONE LINGUISTICA:

1. LA FRASE E SUOI ELEMENTI:
quali sono gli elementi INDISPENSABILI per costruire una FRASE ?
Non basta mettere delle parole "insieme" per comporre una frase. Risulta perciò evidente che NON sono frasi le seguenti successioni di parole:
dico sette cani che lepri ricorrono le…zampino gatta la va tanto lascia lo ladro ci al che



PER COMPORRE UNA FRASE CHE ABBIA SENSO COMPIUTO O ALMENO VEROSIMILE, O CHE COMUNQUE "SIGNIFICHI QUALCOSA", ANCHE A LIVELLO FANTASIOSO E IMMAGIANARIO, DEBBO COMBINARE LE PAROLE IN UNA DETERMINATA REALAZIONE, in un determinato ORDINE fra di loro, in modo che ne risulti un SENSO da un lato STILISTICAMENTE ACCETTABILE e dall’altro semanticamente e logicamente COMPRENSIBILE.


Perché si verifichi questa data condizione, è necessario che in una FRASE trovino posto ALMENO DUE ELEMENTI INDISPENSABILI,

il SOGGETTO \ GN(1) \ GRUPPO NOMINALE UNO \
ed il VERBO \ GRUPPO VERBALE (predicato VERBALE).


2 .SOGGETTO E PREDICATO: per definire questi due elementi consideriamo le seguenti frasi:


a. Luigi e Maddalena hanno letto su una rivista una poesia interessante.
b. I poeti, che strane creature, ogni volta che parlano è una truffa.


Le parole sottolineate sono, per ordine di successione,


SOGGETTO e PREDICATO VERBALE.
GN1 (Gruppo o sintagma nominale Uno e Verbo).

***
*

Del SOGGETTO, si è già detto che è quella parola qualsivoglia che indica il "protagonista" della frase: sia uomo, essere animato, cosa, concetto o altro.

IL PREDICATO è un'espressione VERBALE.
Nella frase: ‘a..’ è costituito dall'espressione "hanno letto".
Nella : ‘b.’ da "parlano".
La frase ‘b.’ (Francesco de Gregori - Le storie di ieri) contiene anche un anacoluto.

E' una trasformazione di :

ogni volta che i poeti parlano è una truffa:
quando i poeti parlano \ i pocti sono strane creature.


I pocti parlano - dicono parole / i poeti sono "strane creature"
le parole (di proprietà - di invenzione) dei poeti sono una truffa.


Si tratta di una FRASE COMPLESSA.


In questa frase, invece:

L'Italia è una repubblica


Il verbo (VR) ESSERE appare UNITO ad un NOME.
Chiamiamo l'espressione " è una repubblica " PREDICATO NOMINALE.


" E' ” (classica 3^ Pers.Sing.pres.Ind. - voce del verbo essere )
in questa frase qu è "copula", ossia "unione, legame” , senza un suo proprio e preciso significato o valore semantico
(come i verbi, detti appunto servili, potere, dovere, volere etc.).

"Una repubblica" è il
NOME DEL PREDICATO.


Lo stesso sarebbe se dicessimo:

l'Italia è bella.

E' = copula; bella = nome del predicato.
E' bella = predicato nominale, che meglio dovremmo chiamare:

modificante nominale.

***
*

Se invece dico:
l'Italia è "in crisi", uso il verbo ESSERE con il significato di trovarsi , essere situato/a:
l'Italia si trova in una seria crisi economica
Quindi il VERBO ESSERE può essere "copula" e reggere un predicato nominale, oppure verbo con il senso di "esistere, trovarsi, esser situato, situata", e di conseguenza unirsi ad un GP (complemento).

Il soggetto, quindi, è l'elemento che esprime la persona, il concetto,
la cosa messa in risalto.

Nella frase attiva spesso indica chi "compie" un'azione : Luigi legge.
Ma non sempre:

Luigi prese il raffreddore
o:
Matteo non partì


Luigi e Matteo, più che agire in senso prorpio, subiscono, vivono uno stato o un evento dinamico e non compiono una azione consapevole.

Nella frase passiva il soggetto finisce col subire l'azione.


Ad esempio:

Catullo fu abbandonato da Lesbia.


Ma nella frase:
Euridice fu rimpianta da Orfeo ….

Il piano grammaticale dice come "Euridice" subisca, mentre il senso ci fa intendere come Orfeo agisca spinto dalla costrizione e dal dolore.


Quindi per la "grammatica" in sé e per sé sono corrette ambedue le seguenti frasi:
a. l’uomo paziente mangia la cicoria
b. l'agnello feroce mangia il lupo


… Però per la frase:
a. siamo nella "normalità", mentre per la frase:
b. b. siamo sul piano dell'irreale, dell'incredibile.

**
*

Sono i piani del realismo e dell'assurdo,
dell'eccezionale e del quotidiano.


Quindi nelle definizioni, ma anche ordinariamente in qualsiasi sede, non dobbiamo mai confondere involontariamente e senza un motivo valido il "senso" con lo "stile".

**
*
Il soggetto (la parola in primo piano, " protagonista contestuale ") può essere accompagnato dal predicato nominale, in questo caso gli si attribuisce una qualità, uno stato particolare d'essere e di esistere.


* *
Il predicato ha la funzione di dire,
di enunciare qualcosa del soggetto.

5) STRUTTURA DELLA FRASE: vediamo ora di individuare la STRUTTURA della FRASE, cioè di verificare la come nella frase SI RISPECCHI IL MODO PROPRIO CON CUI IL PENSIERO SI ORGANIZZA E SI OBIETTIVA NEL FATTO DEL LINGUAGGIO.


6) Esaminiamo la frase:

il gatto di Luigi è bello.

Nella "struttura della frase" si può scoprire qualcosa che va al di là di una semplice successione di parole.
Nel contesto del discorso le parole sono prodotte a gruppi di due, tre, quattro, e più.
Fra questi gruppi esiste un legame particolare, determinato nel SENSO che VOGLIAMO dare alla frase.
Questi gruppi che si formano spontaneamente nella nostra mente e che sono collegati del SENSO sono:

"il gatto " - “di Luigi" - “è bello”.

Infatti l' ARTICOLO (DETERMINANTE GRAMMATICALE) si riferisce come un dito puntato alla parola - "gatto".

La PREPOSIZIONE (INDICATORE DI FUNZIONE) "di" è legata al nome "Luigi".

Il verbo (qui: copula) si lega all'aggettivo (DETERMINANTE LESSICALE o "modificante") "bello", formando un PREDICATO NOMINALE o modificante nominale (=VERBO ESSERE ((copula)) + nome del predicato ((nominale/determinante lessicale)) In definitiva il ‘predicato nominale’ può essere chiamato anche

gruppo verbale modificante … oppure
modificante nominale.


Si possono indicare i rapporti di dipendenza con questo sistema:

il gatto di Luigi è bello


GN GP GMN



GN (+GP) + GV



Fs

Questi GRUPPI DI PAROLE collegate dal SENSO si chiamano GRUPPI o SINTAGMI.
I sintagmi nominale e preposizionale - "il gatto" - "di Luigi" - sono collegati fra loro formando un sintagma PIU' GRANDE: "il gatto di Luigi" (GN+GP). Inoltre il sintagma o ‘gruppo verbale modificante nominale’ "è bello" si lega al grande sintagma (o GN+GP) "il gatto di Luigi", formando un unico blocco, cioè una frase.


Possiamo a questo punto stabilire di chiamare il sintagma più grande "il gatto di Luigi" GRUPPO NOMINALE (GN), in quanto le parole che lo compongono ruotano intorno al nome " gatto ".

***
*

Il sintagma verbale può indicarsi come gruppo verbale (GV), perché è costituito da una forma verbale , a cui si può aggiungere un elemento nominale.
Una FRASE è quindi composta da un GN e da un GV, come si può vedere dalla seguente formula:


Fs = GN + GV = Fs = frase semplice



4) STRUTTURA DEL PERIODO:
Esaminiamo ora quell' insieme di frasi che è il periodo.

Scriviamo un periodo:


" Una volta, allorchè da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare
a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date "
( Italo Svevo )

Un periodo è composto di proposizioni (tutte contraddistinte da un soggettetto e da un predicato) fra loro collegate e che quindi, per intenderne la STRUTTURA, deve essere selezionato nelle varie proposizioni (o FRASI) che lo costituiscono..

**
*

Queste proposizioni non sono tutte dello stesso valore.

Alcune sono autonome, nel loro significato ( le principali ) e le altre sono dipendenti da quella autonoma, perché da sole non hanno un senso compiuto si chiamano anche

secondarie, oppure dipendenti o anche subordinate).

Le dipendenti del periodo preso in esame sono:


"allorché da studente cambiai alloggio"
… e
"perché le avevo coperte di date".


La principale che esprime il fatto centrale ed è il centro del periodo, ha significato autonomo. Essa è "Una volta dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza".


Rispetto a questa le due proposizioni secondarie sono delle ESPANSIONI, perché esprimono FATTI COLLATERALI E SECONDARI, in qualche modo connessi con il fatto o la sitazione idealmente posti in posizione centrale, espresso dalla principale.

Anche nel periodo quindi, oltre che nella frase, esiste una struttura ordinata, per cui le frasi sono ordinate e collegate fra loro da rapporti di dipendenza "sintattica".

SINTASSI appunto si chiama lo studio delle relazioni che le parole hanno nella frase.

La SINTASSI DEL PERIODO studia i rapporti e le relazioni fra proposizioni principali e secondarie.

***
*

Schema esplicativo:

PRINCIPALE
Una volta dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza

allorché da studente cambiai d’alloggio
= proposizione espansione frase secondaria temporale


perché le avevo coperte di date
= proposizione espansione frase secondaria causale

Nota:
le SECONDARIE ( o DIPENDENTI, o SUBORDINATE ) sono ESPANSIONI introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINATE.

***
*

6) IL VALORE E LA FUNZIONE DELLE PAROLE:

E’ paradossalmente arduo dare una definizione di quel che chiamiamo ‘parola‘.

**
*

Si potrebbe dire che è quell' insieme di suoni legati fra loro dal SENSO
complessivo e dalla FUNZIONE che hanno nel contesto del discorso.



Per esempio la parola MELA è costituita dalla sequenza dei fonemi (lettere dell'alfabeto come si pronunziano): ‘ m - e - l – a ’ .


Questi suoni, pronunciati in questo ordine, indicano quel particolare frutto così chiamato: ne sono, insomma, il SIGNIFICANTE.


Il "FONEMA" è l'unità minima fonetica, cioè ogni singolo suono di una lingua, indicato con determinate "lettere" (grafemi, dal greco = scrivo).
Ogni lingua alfabetica ha dei fonemi e dei grafemi particolari.


Vi sono parole che hanno un senso compiuto e altre che servono solo per indicare una FUNZIONE, ossia i rapporti fra le varie "parole" (MONEMI), come dei semplici cartellini segnaletici che suggeriscono al lettore un certo ' modo ' per interpretare le parole che seguono.

Prendiamo l'articolo (DETERMINANTE GRAMMATICALE) ‘ il '.
Si tratta di una parola senza un senso preciso.
Serve solo ad indicare e DETERMINARE la parola che segue. Quando dico 'il giardino', la paroletta 'il' serve per farci intendere che ‘il’ --GIARDINO-- da essa indicato non è ' un qualunque giardino', ma uno certo, determinato, distinto da altri.
E' diverso dire 'il giardino del sultano' da … "ho visto un bel giardino".
In questa ultima frase si vuole indicare in modo 'indeterminato' e vago 'un' giardino, perciò si usa il determinante " UN " (articolo ‘indeterminativo’). Queste 'parolette', e cioè gli 'articoli' (determinanti grammaticali) servono per indirizzare genericamente il SENSO di un'altra parola, restringendo o allargando il 'campo semantico e logico' di un termine .

Consideriamo ora la seguente frase:
‘l'automobile di Anna Maria è nuova’.

La paroletta 'di' indica un rapporto di appartenenza, in particolare l'appartenenza dell'automobile, che è 'di Anna Maria'.
Questa paroletta indica una FUNZIONE : 'Anna Maria' è in funzione di 'automobile.
Le PREPOSIZIONI perciò sono dette FUNZIONALI (o INDICATORI DI FUNZIONE).
Si è già osservato che ad un Gruppo Preposizionale (ESPANSIONE \ 'complemento') corrisponde, fatta la dovuta trasformazione, a una FRASE SUBORDINATA.
Le FRASI SUBORDINATE sono introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINANTI.
Le congiunzioni, quindi, sono anch'esse INDICATORI DI FUNZIONE.

Ad esempio:
non riuscii a scrivere la poesia ……… per mancanza d'ispirazione
proposizione principale espansione causale

non riuscii a scrivere la poesia …… perché mi mancava l'ispirazione
proposizione principale frase espansione causale
subordinata


Nel primo caso si ha una FRASE SEMPLICE.
Nel secondo una FRASE COMPLESSA.

FRASE COMPLESSA= Fs (PRINCIPALE) + X =SUBORDINATA


L'unione tra Fs e X è resa possibile dal
FUNZIONALE (CONGIUNZIONE SUBORDINATIVA)

Le CONGIUNZIONI COORDINATIVE uniscono frasi semplici tra loro, formando FARSI COMPOSTE.
Ad esempio:
Luigi parla +
Luigi cammina=
Luigi parla e cammina

FRASE COMPOSTA= Fs + Fs ( + Fs…..)


Esistono altre parole, poi, che hanno un SENSO AUTONOMO, come: albero, cielo, strada.

Questi monemi indicano un oggetto reale, una persona o un'idea astratta, un concetto.

Si tratta di NOMI e sostantivi.
Possiamo chiamarli NOMINALI .

I 'PRONOMI' possono 'sostituirli'.
Sono anch’essi dei NOMINALI.

Ad esempio:
Catullo vide Clodia e la salutò.

Gli AGGETTIVI sono monemi che si aggiungono ai NOMINALI (NOMI) per precisarne il SENSO.

Sono DETERMINATI LESSICALI, o LESSEMI MODIFICANTI in quanto apportano una modifica, una precisazione ad un nominale.

Il cielo può essere coperto, nuvoloso, celeste, arancione, 'azzurro', lontano….

Sono anche delle

ESPANSIONI,

come i 'complementi' , perché dirigono, fanno 'espandere' in una direzione il senso d'un nominale.

Un cane può essere ‘bello, feroce, mansueto’.

Può anche essere …: ‘di tipo belga, di Mario, da guardia' ….

Classificando le parole in base al loro valore e alla loro 'funzione' si è giunti a considerare le cosiddette PARTI DEL DISCORSO, che, per accennarle soltanto, sono le seguenti:

ARTICOLO = NOME = PRONOME = AGGETTIVO = VERBO

… parti variabili, in quanto al LESSEMA (TEMA - RADICE) possiamo aggiungere dei MORFEMI (prefissi e suffissi) determinando ' genere, numero, tempo e modo', come ad una 'base' stereofonica possiamo aggiungere diversi accessori per ottenere sofisticati 'effetti'.

**

AVVERBIO = PREPOSIZIONE = CONGIUNZIONE INTERIEZIONE

… parti invariabili, perché non sono ' modificabili' con aggiunte di prefissi e suffissi.
Possono, al massimo, agglutinarsi - o fondersi - con un'altra parola.

Ad esempio:
DETERMINANTE.+ FUNZIONE.GRAMMATICALE.= DETERMINANTE FUNZIONALE - DI + IL = DEL …. Le PARTI VARIABILI sono suscettibili, quindi, di 'modificazioni '.
In tal caso si parla di FLESSIONE per AGGETTIVI , NOMI , PRONOMI , e ARTICOLI.

Per i VERBI si parla di CONIUGAZIONE .
NOME :
a. – nome -lup-o (sing. M.)- lup-a (sing. F.) - lup-i (pl. M.) - lup-e (pl. F.):
b. – aggettivo - buon-o (sing. M.) - buon-a (sing. F.) - buon-i (pl. M.) - buon-e
(pl. F.).

c. – verbo :

pronome
singolare
pronome
Plurale

IO CANT- O NOI CANT- ATE
TU CANT- I VOI CANT- IAMO
EGLI CANT- A ESSI CANT-ANO

6 ) INVERSIONE DELLA FRASE :

la frase "il treno arriva" può presentarsi anche nella forma
arriva il treno

Diciamo allora che la frase ha subito una

TRASFORMAZIONE INVERSIONE (T.inv.)

Questa nuova 'struttura' (disposizione delle parole)
si ottiene ponendo il SOGGETTO dopo il predicato.


Es. a) cadono le foglie (GV + GN) / da : le foglie cadono (GN + GV).
Es. b) è arrivato mio zio (GV + GN) / da : mio zio è arrivato (GN + GV).

***
*

Questa struttura, che è meglio usare solo se nelle frasi è presente solo il GNI (soggetto), a mano che non si usi un ANACOLUTO (come prima detto), è FREQUENTE NELLE FRASI INTERROGATIVE .

Ad esempio …. : è necessaria questa spesa ? (GV + GN). ….
La struttura 'normale' (GN + GV) è detta 'DIRETTA'.


6. LA COORDINAZIONE :



7) LA 'SOMMA' DELLE FRASI: si pensi ad un periodo di questo tipo:

Lucio studia.
Lucio è diligente.

Sommando le due frasi ELIMINIAMO LA RIPETIZIONE DEL SOGGETTO ed otteniamo una FRASE COMPOSTA: ….

Lucio studia ed è diligente.


Abbiamo COORDINATO le due FRASI o PROPOSIZIONI PRINCIPALI.

Chiamiamo …. PRINCIPALI le due frasi perché possono essere separate da una forte pausa (' punto' o 'punti e virgola') e quindi sono AUTONOME.

La congiunzione che coordina le due frasi è la ‘ e ‘ , che fa parte delle CONGIUNZIONI COORDINATIVE .



8) SI TENGA PRESENTE IL SEGUENTE SPECCHIETTO:

a) FRASE SEMPLICE …. :
GN + GV=(D+N) + V +(GN2) =
D + N + V + D + N

***
*

b) FRASE COMPOSTA :
SOMMA PER COORDINAZIONE DI
DUE O PIÙ' FRASI SEMPLICI.

= Fs+Fs = (GN + GV) + ….


c) FRASE COMPLESSA:

unione di una \ o più \ Fs 'principale\i' con una \ o più \ 'subordinata\e'.

L'unione avviene per mezzo di
FUNZIONALI SUBORDINANTI
o CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE = Fs + X (+ X + …. ) .


X è il simbolo della espansione frase subordinata o dipendente


- Catullo scrive poesie ………………………. FRASE SEMPLICE


- Catullo è un poeta ………………………… FRASE SEMPLICE



- Catullo scrive poesie ed è un poeta ………….. FRASE COMPOSTA


- Catullo è un poeta e scrive poesie ……….….. FRASE COMPOSTA


- Catullo scrive poesie perché è un poeta …… FRASE COMPLESSA

- Catullo è un poeta perché scrive poesie …... FRASE COMPLESSA


Così sono complesse le frasi del tipo …

Catullo è un poeta quando \ se scrive poesie

= una proposizione principale unita ad una subordinata da una
congiunzione ( funzionale) subordinativa .


Le FRASI COMPOSTE e COMPLESSE hanno ALMENO DUE PREDICATI.


Es. a) Paul e John cantano.

Es. b) Paul scrive le parole e John compone la musica.



SOLO la SECONDA FRASE è' COMPOSTA, perché HA DUE PREDICATI (VERBALI, in questo caso). La prima frase è SEMPLICE perché LA CONGIUNZIONE unisce non DUE FRASI ma DUE NOMI. Il verbo della frase è uno ("cantano"), quindi la FRASE è UNA SOLA.
Sarebbe una frase SEMPLICE ANCHE SE DICESSIMO:

Paul, cantante dei beatles, e John, appartenente allo stesso "gruppo", cantano?
"Cantante" è participio presente.

Come "appartenente".
Quindi le due ESPANSIONI FRASI in cui si trovano i participi possono considerarsi RELATIVI (cantante = che canta - appartenete = che appartiene).

La frase, invece:

Paul giovane di Liverpool, e John, suo concittadino, cantano

- è SEMPLICE, perché "giovane" e "concittadino" sono due ESPANSIONI che fungono da apposizione/attributo.
Non sono verbi.
Quindi, le ESPANSIONI rendono complessa la frase solo se sono a loro volta dei VERBALI.

"Cantante" e "appartenente" possono anche essere considerati "participi sostantivati". In questo caso, sarebbe SEMPLICE ANCHE LA PRIMA FRASE ANALIZZATA.

Ma il fatto che almeno uno dei due participi possa essere "trasformato" ci consiglia di considerarla COMPLESSA.


9)
GLI " ALBERI " o STEMMI
(PHRASE MARKERS = INDICATORI DI FRASE) :

Esaminiamo queste due frasi.
a) Paolo e Maria leggono (GN + GN + GV) = Fs (frase semplice)
b) Marco studia ed è diligente (GN + GV + GV) (il 2° GV è V Aus. + P. vo
(“Predicativo = Nome del Predicato”)
= *’predicato nominale’) = Frase composta.
Schema n. 6
_________________Frase semplice (a)

GN GV


N F N V
Paolo e Maria leggono

_________________ Frase composta (b )



GN GV
N
G V2



V F V determinante o

modificante nominale

Marco studia ed è diligente
Nella frase (b) analizzata nel phraso marker (= indicatore di frase, perché rende visibile la struttura delle frasi e i rapporti logici grammaticali intercorrenti fra le "parole" ) il GV contiene due verbi:

un Predicato Verbale propriamente detto e un Determinante (o Modificante) Nominale, come si propone di denominarlo, chiamato anche ‘predicato nominale’.


Nella frase (a) la congiunzione (F=funzionale) ‘ e ’ lega due NOMI, che formano così un soggetto unico, composto.
Nella frase (b) la congiunzione ‘ e ’ lega due VERBI, quindi potenzialmente due FRASI, poiché due verbi indicano la presenza di due frasi, coordinate fra loro: risulta un verbo unico, ma COMPOSTO e DOPPIO.


9) LA SUBORDINAZIONE: la FRASE COMPLESSA:


Osserviamo il seguente enunciato:


mentre osservavo le stelle, non mi accorgevo di un gruppo di amici che passava .


Si tratta di una frase complessa, formata da tre enunciati, fusi o uniti tra loro:

- Mentre osservavo le stelle
- Non mi accorgevo di un gruppo di amici
- che passava


I concetti espressi dai tre enunciati sono collegati fra loro. Diciamo dunque che in una frase COMPLESSA ogni enunciato è rappresentato e sostenuto dal verbo, così che nel su interno l’insieme degli enunciati si relazioni in un rapporto di subordinazione alla frase principale.

La PREPOSIZIONE PRINCIPALE è detta anche "Reggente" perché è NECESSARIA per la completezza della frase intera. La SUBORDINATA è detta anche "Dipendente", perché si appoggia alla principale o da essa dipende (è una sua ESPANSIONE FRASE).

Se infatti dicessimo:
mentre osservavo le stelle
(Espansione Frase Temporale),

fermandoci qui, non avremmo una frase di senso compiuto: si tratta di una frase subordinata che si "appoggia" alla principale e la colloca in un determinato spazio temporale.

La Frase Principale (che se fosse sola sarebbe una Frase Semplice) è:

non mi accorgevo di un gruppo di amici …

Questa Frase Semplice (da sola) ha un SENSO COMPIUTO , e potrebbe stare anche da sola , senza l'altra ESPANSIONE FRASE che l'accompagna e l'arricchisce.

IL RAPPORTO DI SUBORDINAZIONE è stabilito da INDICATORI DI FUNZIONE GRAMMATICALE (congiunzioni subordinate).

Le CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE, come si è già accennato, hanno quindi una funzione diversa da quelle COORDINATIVE.

Se dico, infatti:


piove - e - sono triste


I due concetti formano una FRASE COMPOSTA. ……Se dico, invece……


sono triste - perché- piove


I due enunciati formano una FRASE COMPLESSA, perché l'enunciato "perché piove" dipende dall'enunciato sono triste : è una ESPANSIONE, una ESPANSIONE FRASE, una proposizione subordinata (x) .

L'Indicatore di funzione che unisce questi due enunciati è, quindi, un SUBORDINATORE.



Prendiamo due enunciati: cammino…. sto bene….
Posso coordinare i due enunciati: …cammino e sto bene…


Formando così una frase composta.


Posso inoltre, introducendo un subordinatore, formare una
FRASE COMPLESSA,
in cui un enunciato (frase, proposizione) dipenda dall'altro in rapporti diversi (di fine, di causa, di tempo, etc…).


- cammino per stare bene/ mangio affinché stia bene/ mangio perché sto bene/ mangio quando sto bene….

LE FRASI SUBORDINATE, QUINDI, INTRODUCONO UN'IDEA CHE CONDIZIONA ARRICCHISCE, SPIEGA QUELLA DELLA FRASE PRINCIPALE.

§ §§
§§
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Schema n. 7 FRASE COMPLESSA



Fs = PRINCIPALE o reggente
FRASE X = ESPANSIONE
FRASE SUBORDINATA



GN F GV

GN V
N
V
V
(io) leggo affinché (io) impari
“ “ per “ imparare
frase espansione finale_________________________
“ leggo perché “ imparo
“ “ giacché “ “
“ “ siccome “ “
frase espansione causale________________________
“ “ quando “ imparo
“ “ finché “ “ \ i
frase espansione temporale______________________
“ “ tanto \ così da “ imparare
“ “ in modo tale che “ impari
frase espansione consecutiva____________________
“ “ se “ imparo
“ “ a patto che “ impari
frase espansione condizionale___________________


Chiamando ‘X’ la frase espansione condizionale possiamo scrivere la seguente formula:



Frase complessa =GN+GV+X(+X+X…)



Nota:

la ‘frase espansione‘ può essere implicita se ha il verbo all’infinito, al participio o al gerundio, esplicita se ha invece il verbo all’indicativo, al congiuntivo o al condizionale.



SINTASSI DEL PERIODO:


LA FRASE SEMPLICE (Fs) può essere rappresentata con la formula :

Fs = GN + G V

Il GN è un insieme di parole che si appoggiano alla ‘parola centro’, a quella che indica il ‘protagonista’ della frase, il ‘soggetto’, mentre il GV è un insieme di parole che dipendono dal verbo.


Per esempio:

il cappotto di Antonino è molto bello

GN ESP V +Modificante Nominale
GN GV




La FRASE COMPLESSA è invece costituita da un enunciato principale e da uno dipendente (o subordinato), che rappresenteremo con una ' X '.

Ripetiamo la 'formula' della F. COMPLESSA = Fs + X.

Ricaviamone una frase complessa:


. . . . il portiere si lanciò sull'avversario per fermarlo

F complessa … … = ( Fs ) + ( . . X )


GN = il portiere
GV = si lanciò sull'avversario

Fs = GN + GV


Per fermarlo: frase espansione finale implicita

_ per = indicatore di funzione
_ fermare = verbale
_ lo = (quello) = GN = nominale

. . . . . e ancora:

• oggi non esco perché piove.
_ io = GN
_ oggi non esco = X (frase principale negativa)
_ perché piove = espansione frase causale esplicita (subordinata)

Nota: la SUBORDINATA può anche trovarsi prima della principale:
. . . quando piove, mi sento triste . . .



Frase complessa = X + GN + GV


**
*

Talora la FRASE ESPANSIONE SUBORDINATA
si trova inserita fra GN e GV:


. . . l'attore, per essere più chiaro, ripeté la battuta . . .


F. compl. = GN + X + GV

§§
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RIASSUMENDO :


Abbiamo tre tipi fondamentali di frase:



a) frase semplice: è detta anche 'indipendente', perché ha senso compiuto
Fs = GN + GV = . . . Luigi legge . . .

b) frase composta: è formata da più frasi semplici fra loro coordinate.
Fc = GN + GV + FUNZ. + GN + GV = . . . Luigi scrive e legge . . .

c) frase complessa: è formata da una proposizione principale (Fs) e
da una espansione frase ( proposizione subordinata ).




Fc = GN + GV + X = . . . Mara legge il giornale mentre Luigi dipinge . . .
Fc = X + GN + GV = . . . Mentre Luigi dipinge, Mara legge il giornale . . .
Fc = GN + X + GV = . . . Mara, mentre Luigi dipinge, legge il giornale . . .



I tipi più frequenti di SUBORDINATE
(FRASE ESPANSIONE)
sono i seguenti:


FRASE ESPANSIONE SOGGETTIVA, FINALE, CAUSALE,, CONCESSIVA, TEMPORALE, INTERROGATIVA, CONSECUTIVA, CONDIZIONALE, COMPARATIVA, RELATIVA.


In genere la FRASE ESPANSIONE SUBORDINATA prende il nome dalla congiunzione indicatore di funzione (FUNZIONALE ) che la introdu

§§
§

LE TRASFORMAZIONI :

scriviamo una frase semplice:

…. Gli uomini amano la giustizia ….

È' una frase "DICHIARATIVA".
Enuncia un fatto che può essere o non essere vero e tuttavia viene presentato come un dato di fatto.

In questa FRASE BASE, frase di partenza, possiamo applicare le seguenti TRASFORMAZIONI:



* DICHIARATIVA o ESPOSITIVA

INTERROGATIVA (NEGATIVA)

ESCLAMATIVA (PASSIVA)

IMPERATIVA (ENFATICA)





Lo specchietto indica che posso rendere la frase base:





* Interrogativa: Gli uomini amano la giustizia?
* Esclamativa: Gli uomini amano la giustizia!
* Imperativa: Gli uomini amino la giustizia!- Uomini! Amate la giustizia!




Ognuna di queste "trasformazioni" può essere resa:


** negativa:
*** Gli uomini non amano la giustizia.
(Forse che ) gli uomini non amano la giustizia?
gli uomini non amano la giustizia!
gli uomini non amino la giustizia! (uomini! Non amate la
giustizia!)


… *** passiva:

*** la giustizia non è amata (oppure: è amata) dagli uomini
(forse che) la giustizia è amata (o: non è amata) dagli uomini ?
La giustizia non (o: è) è amata dagli uomini !
La giustizia non sia (o: sia) amata dagli uomini !



…. *** enfatica:

**** la giustizia, gli uomini la amano ( o: non la amano )
la giustizia, la amano gli uomini? ( o: non la amano gli uomini?)
la giustizia, gli uomini non la amano! (o:la amano!)
la giustizia, la (o:non la) amino gli uomini!







****
*


Quindi le trasformazioni ‘interrogativa, esclamativa e imperativa’ operano su di una frase\base dichiarativa. A queste poi si aggiungono, con innumerevoli combinazioni possibili, le trasformazioni ‘negativa, passiva e enfatica’.

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***
Grosseto, gennaio / marzo 1974\2008

febbraio 2009 dicembre 2010 _____




Gennaro di Jacovo

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domenica 22 novembre 2009

il Mito in Cesare Pavese




§
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IL MITO IN PAVESE

gennaro di jacovo



A Louis Eel e Niki Snail
« Prima di nascere non sapevamo nulla della vita, eppure essa è stata bella ... » (K. Kerenyi, Miti e Misteri, Universale Scientifica Boringhieri, pag. 18, citazione da Tagore).


CENNI INTRODOTTIVI —

Sull’opera letteraria di Cesare Pavese, un primo affrettato giudizio di « realismo » teneva conto più del suo aspetto esteriore (accumulo dei particolari, lingua scarna, uso di ter¬mini dialettali, abolizione del descrittivismo ornativo e sentimentale, rappresentazione secca ed evidenziata dei particolari) che non della sostanza, riducibile alla no¬ta fondamentale della incapacità di vivere. Ora la critica è concorde nel riconoscere in essa una vena di decadentismo, lucido e sofferto fino al cerebralismo, fino ad un’analisi dolorosa di una reaUà mai completamente posseduta.
Lo sforzo esistenziale di Pavese consiste proprio nella volontà di esaurire in sé il decadentismo e di dare alle sue sofferte esperienze una voce realistica.
La sua opera di poeta e di narratore, quindi, ci si presenta come un intreccio di realismo e di decadentismo.
Questa caratteristica appare chiara ove si consideri la natura della sua poetica del : ”vedere sempre la seconda volta ” : ossia la scoperta dell’infanzia come prima esperienza del mondo e come formazione dei ”miti” , dei simboli che vivranno poi per sempre nella coscienza. Il « vedere la seconda volta » consiste nel riscoprire e nel dare chiarezza razionale di significato ai miti dell’infanzia.

Questa chiarificazione e razionalizzazione del mito è fatta alla luce delle esperienze fondamentali dell’adulto. Del tutto illusoria risulta la volontà di impostare liberamente la propria esisten-zia: l’uomo è condizionato dal suo primo vedere infantile.

Per Pavese il contrasto infanzia-maturi¬tà, radicato in ogni uomo, si riflette sul piano storico, geografico e sociale come contrasto infanzia-età matura, età primi-tiva-civiltà,–campagna-città. Lo scrittore, razionalmente allineato sui secondi termi-ai del contrailo, è però seiìlinien talmente legato ai primi. Nella vita pratica soffre drammaticamente questo contrasto mai risolto. L’attivismo sociale, letterario o politico

che si impone non gli darà mai la sicurez¬za di aver superato il mito, il sogno, l’ado¬lescenza: si sente uno sradicato (deraciné).

LE OPERE —

L’esordio di Pavese avviene con la pubblicazione, ad opera di Soia-ria, delle poesie-racconto Lavorare stanca (1936), in cui è contenuta tutta la tematica pavesiana. E’ evidente la concezione della realtà in chiave simbolica.
La produzione poetica di Pavese faticò ad essere intesa, secondo Anceschi, per¬ché nata « nell’assoluto rifiuto della situa¬zione, delle disposizioni e delle ricerche del movimento poetico italiano ».

Nota Carlo Bo, concordando, che « se le poesie di Pavese caddero nel silenzio, fu perché l’attenzione era tutta rivolta al¬trove e anche diversi erano i bisogni ».
Il rapporto adolescenza-maturità, l’eva-sione, l’attaccamento alla propria terra, il ritorno alle origini sono i temi tipicamen¬te pavesiani, espressi nella poesia di « La¬vorare stanca » in versi e periodi che ab¬bondano di costruzioni paratattiche. Si forma una disposizione linguistica lineare tale da soddisfare l’esigenza di un verso lungo, prosastico e narrativo; lo stesso al-ternarsi di asindeto e polisindeto crea una zona di parlato che non verrà dimenticata in tutto il libro, mentre l’uso del presente e della terza persona costruisce un am¬biente di fondo quasi scenico, come se il poeta guardasse « dalla finestra », in un atteggiamento di contemplazione, il mon-do e la vita. Il motivo della finestra è tra i più comuni della poetica pavesiana: è in fondo l’essenziale atteggiamento dello scrittore di fronte alla vita, ed in questo dimostra la sua impossibilità a coglierla direttamente.

« Lavorare stanca », secondo- F. Flora (Storia della Letteratura Italiana, Voi. V, II Secondo Ottocento e il Novecento, Mon-dadori, Milano 1972, pp, 756-7), mostra nel-ia ricerca prosodica e metrica un bisogno di canto più sincero, di là dalla assuefazio¬ne alle musiche tradizionali.

Pavese vedeva nei Mari del Sud rispecchiarsi i temi fondamentali delle sue …
poesie: « se figura c’è nelle mie poesie, è la figura dello scappato di casa che ritorna con gioia al paesello, dopo averne passate di ogni colore (…) contento di sentirsi so¬lo e disimpegnato, pronto ogni mattina a ricominciare » (Diario, pag. 26, 10 Novem¬bre 1935).

Lo « scappato », la collina, la strada, la finestra, questi i temi che ritroveremo nelle opere seguenti.

IL MITO —

« Feria d’Agosto » (1946) svi¬luppa alcuni temi centrali fondamentali della poetica di Pavese. In « Vigna » il poeta tratta del mito, che definisce « l’ac¬cadere una volta per tutte di un fatto mi¬tico che esprime un evento ciclico del cosmo ».

« Questo accadere — continua Pavese (II Mestiere di Vivere) — è analogo al¬l’espressione che si da, in arte, a una molte volte ripetuta esperienza di pae¬saggio, gesto, evento. Quante volte hai osservato la collina di Quarti e Coniolo prima di esprimerla? » (3 Agosto 1946).

Scrive anche, a proposito del mito: « Noi abbiamo orrore di tutto ciò che è incom¬posto, eteroclito, accidentale, e cerchiamo di limitarci — anche materialmente —, di darci una cornice, d’insistere su una con¬clusa presenza. Siamo convinti che una grande rivelazione può uscire soltanto dal¬la testarda insistenza su una stessa diffi¬coltà… Sappiamo che il più sicuro — e il più rapido — modo di stupirci, è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest’oggetto ci sembrerà — miracoloso — di non averlo mai visto ».

Cioè: per accostarsi al mito non è suffi¬ciente uno sguardo sommario; è necessa¬ria” una contemplazione insistita, ripetuta: è necessario un ripetersi continuo di espe¬rienze del mito, sino a che esso venga col¬to nella sua sostanza, sino a che esso trovi un’espressione che, come il fatto mitico, accade una volta per tutte.
Esistono due tipi di miti: quelli nati nell’infanzia dell’umanità (per la nostra civiltà sono quelli nati in Grecia) e quelli personali, nati nell’infanzia di ciascun uo¬mo (V. S. Gondola, Pavese nei « Dialoghi con Leucò », su Alla Bottega n. 4, Luglio-Agosto 1975).

Secondo Pavese « II concepire mitico dell’infanzia è insomma un sollevare alla sfera di eventi mitici ed assoluti le suc¬cessive rivelazioni delle cose, per cui que¬ste vivranno nella coscienza come schemi normativi dell’immaginazione affettiva » (Feria d’Agosto, Del mito, del simbolo e d’altro, Oscar Mondadori, Agosto 1971, pag. 190).
Quindi ogni uomo quando conosce ra-zionalmente il mondo non si trova di fron¬te ad una realtà ignota da indagare, bensì ad una realtà assunta nel suo subconscio come un mito, e quindi già vista, per cui conoscere vuoi dire « vedere per la secon¬da volta ». La « prima volta » non c’è stata, infatti, conoscenza.

« La vita di ogni artista — conclude nel Diario — e di ogni uomo è come quella dei popoli un incessante sforzo per ridurre a chiarezza i suoi miti ».

I miti, dunque, sono per Pavese la nostra matrice dinamica, « II fuoco vitale (…) della vita intcriore ».

IL DRAMMA ESISTENZIALE —

II dramma insanabile del poeta consiste nel voler razionalizzare un’esistenza con¬dizionata da uno stampo indelebile, la¬sciato dalla « prima visione delle cose » allo stato inconscio. È ii dramma della impossibile libertà dell’uomo. Egli si sen¬te schiavo dei limiti segnati dalla prima visione, quella mitica, che gli da, rive-landoglisi, un senso di non-libertà, di con¬dizionamento, di colpa: è il « destino ». Nei dialoghi con Leucò (1947) egli ci da chiarimenti esemplificativi circa il signi¬ficato dei miti antichi, che non devono es¬sere considerati favole d’un tempo remo¬to, ma simboli sempre presenti ed ope¬ranti a livello di coscienza individuale di tutti gli uomini.
II « Mestiere di Vivere » (il suo diario
pubblicato postumo nel ‘52) e l’« Epistolario » (1966) sono le testimonianze auten-
tiche del suo assiduo tormento esistenziale.

Ricondurre Pavese ad una matrice di scrittore realistico, « impegnato » nella realtà politica e sociale del suo tempo, vorrebbe dire forzarne l’interpretazione. Sotto un’apparenza formalmente verista o realista si nota il suo continuo interven¬to nelle vicende, a fianco dei personaggi, con una partecipazione costante alla vita ed alle immagini che si svolgono nei suoi romanzi/racconti.
Ha osservato a questo proposito il Flo¬ra che Pavese manifesta forti qualità spe¬culative, come si rileva specialmente nei « Dialoghi con Leucò, nel « Diario » (« II Mestiere di Vivere ») e come traspare dai racconti stessi. I suoi personaggi — con¬tinua il Flora — sono rappresentati nel loro stesso formarsi e mai definiti per un’ intrusione interna dell’autore. Questo sa ad essi infondere la sostanza della pro¬pria riflessione, come una verità natura¬le del vivere, cogliendola quale sapienza nativa e bene ancestrale, sorgivo, comune a tutti gli uomini.

Dai suoi libri appare chiaro il rovello continuo sulle ragioni stesse della vita e della morte, del sangue e del dolore. Que¬sta intensità spiega il suo assiduo uso del monologo e la necessità di un linguaggio dialettale in certe espressioni necessarie per rappresentare « un mondo verbale nella sua vibrazione originaria ».

Poetico — conclude il Flora — è lo stile dello scrittore, per « una virtù tonale tutta sua in cui si esprime il suo angosciato senso delle cose, e la volontà di salvarsi in espe-rienze di vita: amore, azione sociale, me¬ditazione dei “miti”, arte-poesia ».

In Pa¬vese quindi il primo piano è quello colle¬gato alle ragioni stesse della sua esisten¬za: egli scrive per portare a chiarificazio¬ne i suoi miti. Profeticamente egli sentiva che illuminare tutta la realtà mitica del nostro io avrebbe portato, alla fine, alla impossibilità di scrivere: è il fondo della sua tragedia. « Verrà il giorno in cui avremo portato alla luce tutto il nostro «mi¬stero e allora non sapremo più scrivere. Cioè inventare uno stile ». Scrivere, quindi, per Pavese è vivere. Lo stile, è la realtà di chi racconta: è l’unico personag¬gio insostituibile.
Nel « Carcere », lo scrittore rievoca il periodo in cui fu confinato a Brancaleone Calabro, per ragioni politiche. Stefano, il protagonista del racconto, pur sentendo¬si oppresso dalla solitudine non riesce ad accettare rapporti aperti di amicizia, di collaborazione e di amore, restando chiu-.so nel vagheggiamento di una realtà che sente di non poter possedere, impersona¬ta da Concia, la donna-capra al limite tra l’umano e il bestiale, dal momento che è convinto che il destino è solitudine.

Non un accenno ai motivi politici del confino, nessuna reazione sociale sull’am¬biente meridionale, che aveva diversa¬mente influenzato l’opera letteraria con¬temporanea di Carlo Levi. Il racconto è del 1939, e segna un momento importante nella tecnica narrativa dello scrittore, che più tardi porterà questo spunto all’estre¬mo risultato.

Tempo, o ritmo, narrativo e dialogo so¬no i due termini entro cui oscilla la ricer¬ca pavesiana, ed ambedue corrispondono a due momenti essenziali della poetica

dello scrittore. Mentre il ritmo narrativo corrisponde al tema centrale del ‘mito’ come istante irripetibile che scandisce la inesorabilità del destino individuale, il dialogo corrisponde al momento dell’im¬pegno sociale e umano: alla volontà di comunicare con gli altri.

Così « Paesi tuoi » (1941) sarà l’esaspe¬razione, o l’estrema possibilità della tecni¬ca del dialogo, e il « Carcere » quella del ritmo.
La tecnica dialogica troverà soltanto nel « Compagno » (1947) la sua ultima possibilità espressiva.

Nel « Compagno », Pablo è un uomo che soffre di solitudine, di noia esisten¬ziale, e crede di trovare uno sbocco posi¬tivo nella presa di coscienza politica. Si pone come modello Amelio, il marxista sicuro di sé, e riesce a risolvere il proble-ma della solitudine e a dare un significa¬to alla vita. Ma non risolve il suo proble¬ma esistenziale di fondo. Se per Stefano la politica è stata causa dell’isolamento materiale, per Pablo è occasione per vin¬cere la noia.

Ma tutto questo è solo appa¬renza: Stefano porta dentro di sé il suo carcere: nella impossibilità ad amare, a partecipare. Pablo si getta nell’impegno sociale, ma è destinato al fallimento, per¬ché non ha prima risolto le sue contrad¬dizioni personali.

Nella « Casa in Collina » (1947-48), Cor¬rado assomma in sé le posizioni di Ste¬fano e Pablo. Questo giovane intellettua¬le, vissuto sempre in un mondo tutto suo, è costretto dall’orrore della guerra a pren-dere posizione, ad impegnarsi, a prende¬re coscienza della sua natura di uomo e di un cittadino, a « storicizzarsi » attra¬verso la partecipazione. Ma queste espe¬rienze non lo guariscono dal solipsismo, non gli riempiono l’esistenza, non lo al¬lontanano da una solitudine popolata di miti. Qui ci troviamo di fronte all’ultima, più pregnante antinomia pavesiana: la storia ed il mito. La stessa opposizione che si ritrova nell’altra opera maggiore di Pavese: « La Luna e i falò ».

Nei due romanzi egli da una duplice risposta alla sua presa di contatto con il mondo e con la realtà interiore. La con¬clusione è che la soluzione mitica delle cose (la Luna e i falò) e del mondo è al-trettanto valida della soluzione oggettiva.

L’impossibilità della scelta ed il dramma che ne scaturisce si pongono come pre¬supposto e insieme conclusione della tor¬mentata vicenda dell’arte pavesiana.

… Il romanzo sembra, per il momento, dissipare e risolvere le paure, le ansie di un imo così tormentato. Ma nel 1949 pubblica il trittico formato da tre racconti: La bella estate », « II diavolo sulle colline» e « Tra donne sole ». A proposito di questi tre romanzi, Augusto Monti rimprovererà a Pavese «il suo gusto furioso per la distruzione, la sua cupa ossessione di morte ».

Pavese risponde di aver inteso rappresentare la ribellione dei giovani alla corruzione del mondo borghese che li circonda, per quanto riguarda il romanzo « II diavolo sulle colline ».
Il motivo profondo che lega il romanzo

però, quello più inquietante della «malattia»,già presente in Mann. Il rapporto
dei personaggi con la natura è viziato dalla concezione panica della terra come qualcosa di selvaggio.

« Tra donne sole » presenta il motivo della morte richiesta da una società che ha perso il senso e il valore del mito.

« La bella estate » da il nome all’insie¬me dei tre romanzi accomunati nel senso della stagione. È il romanzo della perdita dell’innocenza, della conquista, nella città, della maturità e della solitudine. Anche « La spiaggia » (1941) presenta un’analisi della società borghese, con la a apparente gioia di vivere e mancanza di problemi.

« Paesi tuoi » (1941) apparve quando la scoperta del Verga e del realismo, assieme alla lezione degli americani, era stata assorbita dagli scrittori più attenti e meno compromessi col fascismo. Il romanzo preso come una trasposizione di mo-delli americani, o come una tragedia rusticana. Pavese stesso non si oppose a questa interpretazione. La caratteristica dell’opera, secondo Barberi Squarotti, è quella di presentarci in termini simbolici una realtà che è « altra » da quella natulistica. È da tener presente che in questo periodo Pavese stava effettuando stu¬di etnologia, attraverso i testi di Frazer, che precedettero quelli riguardanti la psicologia di Jung e di Freud, a cui egli accostò in seguito. Scopre in questo periodo che « l’uva, il grano, la mietitura, il covone erano stati drammi, e parlarne in parole era sfiorare sensi profondi in cui il sangue, gli animali, il passato eterno, l’inconscio sì agitavano ».

L’opera presenta però ancora incertezze irrisolte su1 piano stilistico (rapporto con gli amecani) e su quello mistico-simbolico.

L’azione del libro fu assai efficace presso gli intellettuali: apparso negli anni più tremendi del fascismo, era un libro che in¬dicava una scelta ed una coerente propo¬sta di rinnovamento letterario che parti¬va assai sintomaticamente dal linguaggio.

Ma il « neorealismo » di Pavese non si e-sauriva nel naturalismo, perché ricerca¬va, anche se rozzamente, una verità più complessa ed una realtà meno angusta: quella del mito interpretato nella sua complessità simbolica. Per lui scoprire il .mondo americano del decennio 1930-40 significa trovare le radici della propria arte e della propria coscienza.

Quel mondo, infatti, all’attuazione di un ideale de-mocratico associava l’idea di una lettera¬tura perfettamente intonata alla realtà sociale e storica contemporanea. Per tut¬ta la generazione del Pavese, del resto, si può parlare di un « mito americano ».

« Questa America — scriveva Pintor in “II sangue d’Europa », pag. 219 — non ha bisogno di noi, è la terra a cui si ten¬de con la stessa speranza dei primi emi¬granti e di chiunque sia deciso a difen¬dere a prezzo di fatica e di errori la di¬gnità della condizione umana ». E Pave¬se stesso definiva quel paese che proprio allora l’aristocratica cultura europea an¬dava scoprendo: « … il gigantesco teatro dove con maggior franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti ». Proprio in quell’anno (1941) Moravia pubblica « La mascherata », una satira del regi¬me, subito sequestrata, e Vittorini com¬pleta la sua antologia americana, intito¬lata appunto Americana, immediatamen¬te sequestrata e pubblicata l’anno seguen¬te senza note e commenti.

Scrivendo appunto a Vittorini, Pavese ribadisce come, secondo lui, « risulta che tutto il secolo e mezzo americano vi è ri¬dotto all’evidenza essenziale di un mito da noi tutti vissuto e che tu (Vittorini) ci racconti » (Lettere, Voi. I, pag. 634).
Dal mito americano, attraverso Joice, Mann, Proust, Freud e Jung, Pavese giun¬gerà alla elaborazione della propria poe¬tica del mito. La nuova narrativa realisti¬ca — secondo G.B. Maschio (Panorama letterario del Novecento, Paravia, Torino 1971) — comincia nel 1929-30, quando Corrado Alvaro pubblica « Gente di A-spromonte » e Alberto Moravia il roman¬zo « Gli indifferenti ». Contemporanea¬mente Vittorini in una lettera aperta al¬la Fiera Letteraria di G.B. Angioletti ne¬ga ogni validità all’autarchia cultura italiana, giudicando inconsistente … dell’arte, ogni opera di narrativa comparsa dopo il 1923 (La coscienza di Zeno, di Svevo) e proclamando unici maestri gli scrittori stranieri.

Nel 1931 Pavese pubblica i suoi « Saggi di Critica » sulla letteratura americana. I due scrittori furono quindi i portatori di un rinnovamento sostanziale in senso realistico della letteratura italiana, rifiutandosi di accogliere l’integrazione nella letteratura ufficiale.

Accogliendo gli insegnamenti della narrativa americana, vollero anche una letteratura più impe¬gnata sul piano politico e sociale. La loro tenace ricerca di un nuovo linguaggio e di un sostanziale rinnovamento della tematica trovò i suoi limiti nella loro mancanza di una certezza ideologica. Ciò n parte l’uso del simbolo, il ricorso ad una dimensione mitica del reale, mediati dall’analisi attenta dei messaggi culturali e letterarì stranieri, come il surrealismo di Kafka, l’intimismo memoriale di Prroust e Joyce, la psicoanalisi di Freud, l’esistenzialismo di Sartre, il sessualismo di Lawrence e, fattore comune,
il cronachismo americano di Steinbeck, Hemingway, Faulkner, Caldwell e Saroyan.

Era la risposta di Vittorini e Pavese alla “prosa d’arte” dei Rondisti, al « realismo » di Bontempelli, al « frammentismo’’ ¬ di Soffici, alle polemiche letterarie di Stapaese e Stracittà (Malaparte e Bontempelli). O, in un certo senso — si pensi all’esigenza di sprovincializzazione della cultura, propugnata da Bontempelli in « ‘900 », prima, e, dopo la rottura con Malaparte, in Stracittà, appoggiata da Solaria — poteva rappresentare una risposta chiaramente organizzata alle confuse e contraddittorie proposte della letteratura del
« centennio nero ».

LA CHIARIFICAZIONE DEL MITO —

La luna e i falò » (1950) rappresenta il li arrivo di Pavese uomo e scrittore. Nel romanzo sono sviluppati tutti i temi a lui cari: il mito e la ricerca della INFANZIA perduta, l’amore per le colline della Langa, l’intrusione dei borghesi nel mondo delle colline, il tema politico (l’amaro giudizio di Nuto sul clericalismo trionfante ed il fallimento delle speranze nate con la Resistenza), il tema della solitudine, l’America e il mare, il motivo della fuga e del ritorno improvviso e quello del dialogo fra ragazzo e adulto (Anguilla e Cinto).

11 romanzo esprime la raggiunta ma¬turità e la chiarificazione dei miti. Pavese porta alla luce tutto il suo mistero. Da questo momento, non gli sarà più possi¬bile scrivere. Scrivere è, infatti, raziona-lizzare e chiarificare i miti, « inventare uno stile », ove per « stile » s’intende la realtà di chi racconta.
E nel suo raccon¬tare, Cesare — Anguilla è l’unico e inso¬stituibile personaggio.

Per Nuto (Pinolo Scaglione, il suo ami¬co prediletto, anche lui nato a S. Stefano Belbo) il raggiungimento della maturità è positivamente inteso, mentre per Pave¬se vorrà dire la liquidazione delle spinte inconscie, lo svuotamento esistenziale, la definitiva privazione dei miti, delle illu¬sioni vitali, e cioè, in ultima analisi, la disperazione, la solitudine totale, il fal-limento dell’esistenza.

Nella vicenda lo scrittore pensa di ri¬trovare le radici del proprio personaggio e del suo parlato, e con esse la « voce » che lo salvasse dal « male oscuro » che ormai lo tallonava da presso. Il risultato artistico è dei più felici. Per lui è il suc¬cesso mondano (Premio Strega 1950).

Non ebbe successo, invece, l’azione te¬rapeutica del libro, che anzi accentuò la febbre di autodistruzione dello scrittore nei brevi mesi che precedettero la mor¬te volontaria.

In questi mesi Pavese do¬vette sentirsi come un « fucile sparato », una sensazione che viene così descritta nel Diario: « Aver scritto qualcosa che ti lascia ancora scosso e riarso, vuo¬tato di tutto te stesso, dove non solo hai scaricato tutto quello che sai di te stesso, ma quello che sospetti e supponi, e i sussulti, i fantasmi, l’inconscio — averlo fat¬to con una lunga fatica e tensione, con cautela di giorni e tremori e repentine scoperte e fallimenti e irrigidirsi di tut¬ta la vita su quel punto — accorgersi che tutto questo è come nulla se un segno umano, una parola, una presenza non lo accoglie, lo scalda — e morir di freddo — parlare al deserto — essere solo notte e giorno come un morto ». (Il « Mestiere di Vivere », 27 Giugno 1946, Einaudi, To¬rino 1974, pag. 289-90).

« La Luna e i Falò » è l’insieme” di tutti i tentativi fatti dallo scrittore per la chia¬rificazione mitica della sua esistenza, il riassunto del suo cammino verso la con¬sapevole razionalità, raggiunta con il prez¬zo amaro e per lui intollerabile della li¬quidazione dell’età mitica.

STRUTTURA DEL ROMANZO —


Il romanzo è strutturato in tre tempi:

1) Anguilla (Pavese) torna dall’America, che appare demitizzata,
alla ricerca del paese-mito, cioè del paese natale come lo
conserva da quando lo aveva visto per a prima volta, da ragazzo.
Sente col paese, con la terra, un misterioso legame vi¬
tale. È andato in America (il mito della
razionalità, della « città ») sempre sognando di poter tornare
nel paese natale. L Aimerica e il paese sono i due poli della vicenda esistenziale del protagonista (ragione - mito; città -
campagna; maturità - adolescenza; America - paese nativo).

Ma una volta tornato, vede come tutto, pur conservando qualcosa
dell’antica forma, è irrimediabilmente « diverso », estraneo.

Le cose sono le stesse, eppure hanno qualcosa di ostile e di sconosciuto.
La contrapposizione passato - presente, rappresentativa del
rapporto uomo-ragazzo, ragione-mito, è data simbolicamente dai
discorsi di Anguilla e di Cinto.

2) Anguilla rivive il passato rivisitando
luoghi che lo hanno visto bambino: vede per la seconda volta una realtà
che ha gà precedentemente provocato in lui il
cimarsi dei miti, e che ora appare diverso e ostile, incomprensibìle proprio a causa di quei miti che si frappongono come un
diaframma ed un ostacolo, finché
non siano chiariti e razionalizzati.

3) Anguilla scopre il deserto e l’America anche in paese.

È la parte drammatica
del romanzo. Il crollo delle illusioni segna
la conquista della maturità, ma il prezzo
è troppo alto: la distruzione dei miti segna
il passaggio alla razionalità, la fine
del mondo dell’infanzia, che Pavese aveva caricato dei significati più profondi.

Lì erano le sue radici di uomo e di poeta.
La conquista della razionalità segna la ‘fine’ di questo mondo,
… dell’unico mondo che veramente amasse.

Ormai gli sarà impossibile scrivere: non ha più nulla da chiarificare.

… Ormai gli sarà impossibile vivere, perché ha distrutto irrimediabil¬mente il suo unico mondo possibile.

Questa identificazione ‘vivere-scrivere’ i chiara nel punto stesso in cui scriveva la sua ultima frase: « Non parole. Un ge¬sto Non scriverò più » (18 Agosto 1950).

IL MITO E LA RAGIONE — POETICA dei DIALOGHI CON LEUCO’ » —

Pavese, tornato da Roma nel Settembre de! ‘43. non aveva trovato più a Torino né la casa di Via Lamarmora, distrutta dai bombardamenti, né gli amici torinesi, che lo avevano aiutato a liberarsi dalla sua solitudine, e che la guerra aveva ora disperso.

Costretto ad abbandonare la cit¬tà, non entrò nelle file partigiane, ma si rifugiò in un’oasi di pace e di meditazio¬ne a Serralunga, sotto il santuario di Crea. Là nacquero le sue riflessioni sul mito, là egli diede veste teorica a quel senso del mito che sempre aveva costi¬tuito il nucleo della sua concezione sul¬la vita. Mettendo in atto queste medita¬zioni sul mito, scriverà l’opera a Roma nel 1946, tre anni dopo.

Nello stesso anno pubblica « Feria d’A¬gosto », che contiene interessanti sviluppi della sua teoria mitica, e collabora inten¬samente al quotidiano del P.C.I., l’Unità.
Si era iscritto al partito nel 45, dopo aver conosciuto Davide Lajolo e Italo Calvino, sperando di trovare finalmente un aggancio con i problemi reali della vita politica e sociale.

Il libro fu pubblicato nel 1947. Pavese lo aveva ultimato a Torino, accompa¬gnando la composizione dei dialoghi con annotazioni sul suo Diario.

Qui appunto scrive che « Paesi tuoi e Dialoghi con Leucò nascono dal vagheggiamento del selvaggio ».

« In genere — scrive sul Diario — devi tener presente che negli anni 43-44-45 tu sei rinato nell’isolamento e nella medita¬zione (di fatto, hai teorizzato e vissuto allora l’infanzia). Così si spiega la stagio¬ne aperta 46-47 con Leucò e II Compagno, e poi con il Gallo e poi l’Estate e poi La Luna e i falò ed ecc. ed ecc. ». E, riferen¬dosi al periodo passato a Serralunga, scri¬ve: « Ti eri abbandonato. Ti eri spogliato dall’armatura.
Eri ragazzo ».

MITO — RECUPERO DELL’INFAN¬ZIA — SENSO DEL SELVAGGIO —

Per Pavese il mito è « un linguaggio, un mez¬zo espressivo — cioè… un vivaio di sim¬boli cui appartiene — come a tutti i lin¬guaggi — una particolare sostanza di si¬gnificati che null’altro potrebbe rendere » (dal Diario). Precisa poi di essersi servi¬to dei miti ellenici « data la perdonabile voga popolare di questi miti, la loro im¬mediata e tradizionale accettabilità ».
« II mito greco — egli scrive sempre sul Diario, il 28 Dicembre 1947 — insegna che si combatte sempre contro una parte di sé ».

CONTENUTO DEI DIALOGHI CON LEUCO ». —

Pavese accenna al succedersi all’Età Titanica, aurea e mostruosa, caratterizzata dall’indifferenziazione tra uomini, mostri e dèi, il succedersi dell’età della distinzione tra l’Ade e l’Olimpo.

Precisa però che egli considera la realtà sem¬pre Titanica, cioè come Caos di divino e umano.

Precisa anche in cosa si differenziano dio e uomo.

Gli dèi sono privi di sentimento, fanno le cose secondo il Fato. Sono distaccati e agiscono magicamente, senza sofferen¬za. Invidiano l’uomo che, anche se soffre e agisce con dolore desiderando il divino, ha però la capacità di dare nomi alle cose, di creare qualcosa di nuovo così che gli dèi aiutano l’uomo per la loro nostalgia del mondo titanico.

Il tipico contrasto pavesiano tra l’ado¬lescenza e la maturità, tra desiderio di raggiungere la maturità e l’incapacità di abbandonare l’adolescenza, nei « Dialo¬ghi » viene proiettato su un piano storico, trasposto nella dialettica tra vecchio mon¬do titànico, fatto di Caos, di indistinzio¬ne fra umano e reale, di istinto e libertà, e il nuovo mondo degli dèi, fatto di distin-?juni, di leggi, di razionalità.

Dèi buoni
I « Dialoghi » sono perciò la trasposi¬zione sul piano della storia dell’umanità della mitologia propria di Pavese, il tenta¬tivo di attribuirle valore universale. In es¬si pregnanza realistica personale e abban¬dono al mito classico come simbolo di una realtà universale, si trovano in uno strutturale stato di equilibrio, al quale l’armoniosità del testo da un fascino tut¬to particolare. Egli evita così di sfuggire al reale, recuperandolo ad un livello uni¬versale, cosmico, proponendo la solida¬rietà umana, « l’aprirsi dell’uomo ai suoi simili… la sconfitta dell’inumana e selvag¬gia solitudine ». I « Dialoghi » rappresen¬tano l’elaborazione di un umanesimo che, innestandosi sulla terrificante esperienza della seconda guerra mondiale e del fa¬scismo, vuole offrire all’uomo qualcosa in cui ancora credere.
L’opera testimonia pure — accanto a questa affermazione di maturità — la per¬manenza in Pavese del fascino per ciò che è istinto, solitudine, misticismo pani¬co, così da proporre due opposte istan¬ze, contraddittorie ed equilibranti: — il primato dell’umano: il dover essere; -— il primato del selvaggio: l’essere.
Egli sente il contrasto fra questi poli opposti, e se da un lato, proprio questo contrasto innesta nell’opera un’inquie¬tante e stimolante tensione dialettica, im¬pedendo che diventi « opera staccata e

rarefatta di un artista chiuso nella sua torre d’avorio (Michele Tondo, Itinerario di C. Pavese, 1971, pag. 143); dall’altro, la fa incapace di « dare una risposta » si¬cura e definitiva al « costante interrogati¬vo sulla vita » (D. Lajolo, II vizio assur¬do, 1972, pag. 291).

Dei 27 dialoghetti, il poeta ha lasciato vari schemi ordinativi e indicazioni te matiche.

Questo che segue è uno schema dattiloscritto del 12 Settembre 1946:



Mondo titanico dèi / I ciechi
nequize divine

La nube
La…Chimera
Le cavalle
II fiore
La belva
Schiuma d’onda

§§
§

Tragedia di uomini
schiacciati dal
destino …

La madre
I due
La strada

§§
§

Salvezze umane e
dèi in imbarazzo …
L’inconsolabile
II lago
La nube
Le streghe
La vigna
L’isola
In famiglia
II toro
I fuochi
L’ospite
Gli argonauti
\
II ministero II…diluvio Le…Muse
TEMATICA DEI « DIALOGHI CON LEUCÒ » — « Pavese nel mandarmi i “Dialoghi con Leucò” mi scrisse che, fat¬te le dovute proporzioni, con quel libro, aveva voluto tentare le sue “Operette morali” ». Così Davide Lajolo nel suo II Vizio Assurdo (Oscar Mondadori, Milano 1972, pag. 292). « Fin d’allora — continua Lajolo — gli risposi che la sua filosofia era molto più inconsistente di quella del Leopardi, soprattutto più contraddittoria perché egli dimostrava chiaramente di voler capovolgere l’eterna realtà umana che non sta, come sosteneva nei Dialoghi, ne! gusto della morte, ma bensì nel terro¬re di esservi condannata e nell’aspira¬zione all’eternità.

E, concludendo la lette¬ra, insistevo sull’impressione che avevo tratto da quelle lettura, e cioè, che la tristezza degli dèi era più profonda di quella degli uomini proprio perché ad essi, essendo eterni, non era concesso il sui¬cidio ».
Per il risvolto di sopracoperta della prima edizione del volume (ottobre 1947), Pavese stesso scrisse questo testo di presentazione:

… « Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore rea. lista, specializzato in campagne e perife¬rie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c’è scrittore autentico”, il quale non abbia i suoi quarti di lupa, il suo capriccio, la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremi-ta.

Pavese si è ricordato di quand’era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli uni¬ci libri che legge. Ha smesso per un mo¬mento di credere che il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazio¬ne, l’assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, tutti ammi¬rano un po’ straccamente e ci sbadigliano un sorriso. E ne sono nati questi Dialo¬ghi » (C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1973, Note al testo, pag. 178).

Da questi brani, è possibile compren¬dere come il tema centrale della sua in¬dagine umana sia il problema, ed il dram¬ma, dell’universale comunicazione. Della collocazione dell’individuo nel tutto. Del ruolo umano di fronte all’infinito, all’e¬terno. Del caos e del mito al cospetto del lògos, della chiarezza.
La condizione drammatica dell’uomo, moralmente e socialmente chiamato a rompere l’originaria solitudine, per adempiere ai doveri ed impegni verso i suoi simili, verso la realtà che lo circonda.

Il problema presenta facce diverse: la soli-tudine è sinonimo d’autosufficienza e può garantire la felicità, o è una condizione primigenia, ma innaturale? La vita di re¬lazione è una necessità vitale oltre che un imperativo morale, o una condanna? Una liberazione o una limitazione insoste¬nibile, per l’individuo? Di fronte a questi interrogativi, egli, pur prospettando una soluzione, resta incerto, o lascia incerto il lettore, tra la pessimistica diagnosi di una condizione umana senza scampo e un’ottimistica speranza di riscatto avvenire.

Tra il richiamo suggestivo e nostalgico alla ricerca di sé in una dimensione interiore della realtà e della vita, e l’op¬posto richiamo, nella vita sociale, a una dimensione umana più larga, a un’uma¬nità comune, a quel bagaglio di valori « sovranamente umano » che è di tutti.

Questa problematicità di fondo si uni¬sce, nei « Dialoghi con Leucò », ad una in¬tensa ansia metafisica, ad un senso di inquetitudine religiosa. Qui il poeta deli¬mita e quasi esemplifica la sua personale mitologia, parafrasando e interpretando, nel loro « nocciolo umano », alcuni noti miti classici, per risalire, attraverso una più vasta riflessione, a un principio di mitologia universale, agli assoluti dell’uo¬mo che è privilegio dei poeti intuire ed esprimere, ma di cui nessuno è deposita¬rio perché comune è la sorte degli uomi¬ni. Una ricerca e una definizione, dunque, non solo astratte, ma anche concrete: il tentativo di dare fisionomia culturale al proprio mondo poetico intriso di romanticismo, soddisfacendo una classica aspi¬razione « al buon senso, alla misura, al¬l’intelligenza ».

« Abbiamo in orrore — egli scrive •— tutto ciò che è incomposto, eteroclito, ac¬cidentale e cerchiamo, anche material¬mente di limitarci, di darci una cornice, d’insistere su una conclusa presenza » (G. Grana, Cesare Pavese, sta in: « I Con¬temporanei », Ed. Marzorati, pagg. 1541-1573).

Il « mito » di cui parla Pavese è l’ele¬mento irrazionale, originario e primigenio della coscienza.

Vale la pena di ricordare ancora che in Feria d’Agosto / lo scrittore definisce il mito « una norma, uno schema d’un fatto avvenuto una volta
per tutte »; un luogo un gesto un evento, assoluti e quindi simbolici », che traggono il loro « valore da questa unicità assoluta che li solleva fuori del tempo e li consacra rivelazione ».

« Mitica » è l’esperienza originaria che si acquista solo
nell’infanzia precosciente della vita, come nell’infanzia protostorica della civiltà.

La nostra « mitologia personale » è rac¬chiusa in quell’età in cui per la prima
volta, durante istanti irripetibili — momenti mitici, appunto — le cose si rivelano a noi. Il processo del conoscere dell’età matura, dunque, non è che un ricordare, un riconoscere, uno scorgere per la …
seconda volta con la mediazione della …
memoria; una sorta di tempo ritrovato nel fondo della coscienza, in cui si riassumono « i sìmboli del nostro essere », del nostro individuale destino. « Destino » è appunto, per Pavese, ciò che di mitico, di unico, apparentemente libero, in realtà … «ferreamente prefissato», racchiude una intera esistenza: poiché il passato deter¬mina il presente e tutta la vita d’un uo¬mo.

Così la teorica del mito da « poetica della memoria » si chiarisce e si evolve in una poetica del « selvaggio » e quindi in una « poetica del destino », estesa alla realtà naturale e al complesso dei rap¬porti umani.

La memoria e il vagheggia¬mento dell’infanzia si accordano, infatti, e s’identificano con la scoperta e il va¬gheggiamento del primitivo e del rustico, nella natura e nell’uomo, e con una « con¬templazione atemporale dell’esperienza », fissata dal poeta nei suoi momenti sim¬bolici, in « un ritmo, una cadenza di ri¬torni previsti », che è appunto la caden¬za predeterminata del destino, l’assoluto della vita e della realtà.

Dunque, mito e simbolo sono i raggiunti valori, gli « universali fantastici », gli assoluti della realtà e dell’esperienza interiore: la « grande collina-mammella », « l’albero, la casa, la vite, il sentiero, la sera, il pane, la frutta ecc. », uno « stato di aurorale verginità che mi godo », e la donna, « una che trasforma il sapore remoto del vento in sapore di carne ».

Temi accennati, in « Feria d’Agosto », già con grande finezza, appena intuiti e rivelati con grazia istintiva, con ritmo pacato e amaro di intensa lirica. Ma anche quando sono « immagini primordiali », archetipi ancestrali, sono sempre radicati su una humus culturale e tradizionale, perché « un mito degno di questo nome non può sorgere che sul terreno di tutta la cul¬tura esistente ».

Infatti lo scrittore avver¬te il rischio, non veramente evitato, di « parlare in linguaggio mistico » o este¬tizzante ma tenta di costruire « un com¬plesso discorso e una commista poetica che su di esso si appoggia e si giustifica ».

A parte le ascendenze culturali (non e-scluso il mito leopardiano dell’infanzia), e le illazioni che se ne possono trarre dal punto di vista etico, l’istanza originale è appunto nel tentativo di costruire una realtà significante e permanente, di fis-sarla in forme emblematiche, perenni, di trascenderle attraverso il linguaggio nel-l’espressione.

E non può sfuggire anche un pessimismo radicale, nello sforzo di riassumere i miti personali in motivi di destinazione universale, di acquisire una coscienza della fatalità della sorte umana … di un destino di dolore, di solitudine, di morte: una sorta di religiosità triste e inconsolata, anche quando, nei « Dialo¬ghi con Leucò », sarà registrata in limpi¬da chiarezza di dettato.

Tanto più che il simbolo è già un modo di evasione dalla realtà, di rinuncia all’impegno, o se vo¬gliamo, il patetico tentativo di dare signi¬ficato e valore assoluto alla rinuncia.
Vasco S. Gondola ha compiuto qualche anno fa una interessante ed ampia analisi dei temi centrali di quest’opera pavesia-na (Alla Bottega Anno XIII - M. 4 Luglio-Agosto 1975, pagg. 41-48).

È bene darne qualche cenno. « La bel¬va »: gruppo « inondo titanico — dèi — nequizie divine ». Temi: « sonno divino-sessuale » — « l’uomo schiacciato », le « iniquità divine », la « tristezza umana ».

Uno straniero (dio-viandante) parla con Endimione, che si è nullificato nell’amo¬re impossibile e transumanante per Artemide, la dea rauca e materna, belva, selvaggia (cfr. Concia del ‘Carcere’).

Simbolo del mondo titanico. Accostabile solo nella notte, nel sogno, mai raggiungibile. Signora delle fiere — Madre Mediterra¬nea. Palpita di tratti particolari legati al¬l’ esperienza sentimentale più intima di Pavese (voce rauca, sorriso breve, fare materno — Si ricordi « la donna dalla vo¬ce rauca » nella vita di Pavese).

«La madre»: gruppo « tragedia di uo¬mini schiacciati dal destino » — temi: « infanzia tragica » — « tristezza umana ».

Parla di Atalanta.

… Meleagro, morto perché la madre fece bruciare il tizzone cui era legata la sua vita, soffre non tanto per la sua morte, quanto per il fatto che i suoi giorni siano stati in pugno alla madre. « Quando nacqui il mio destino era già chiuso nel tizzone che la madre ru¬bò ».

« La passione che ci finisce — gli dice Ermete — è ancora quella della ma¬dre ».

Risultano evidenti riferimenti al mon¬do degli affetti di Pavese, alle difficoltà dei suoi rapporti familiari, al suo misoginismo, che è anche rifiuto della madre, origine di quella vita tormentosa pure rifiutata.

« Schiuma d’onda »: gruppo « mondo titanico — dèi — nequizie divine ».

Temi: « sesso tragico », « nequizie divine », « tri¬stezza umana ». Saffo, dopo aver cercato la fuga dalle cose nella poesia (« la mia fuga era guardare nelle cose e nel tu¬multo, e farne un canto, una parola »), si è accorta che « il destino è ben altro », ed ha cercato di sfuggire al destino con la morte nel mare. Ma lì tutto è inquietudine e noia. La sua figura è contrapposta a quella di Elena, donna idolo, sempre uguale a se stessa, senza sorriso, apportatrice di morte, e di Venere, « la inquieta angoscia che sorride da sola » e che « non soffre » perché « è una gran dea ».

Nel dialogo « Le Muse », gruppo « dèi buoni », il tema centrale è « l’uomo divino », la « poetica ». Esiodo esprime alla Musa Mnemosine il proprio fastidio per le cose. Solo nel ricordo gli pare di es¬sere stato contento. Nella vita dell’uomo — gli fa riconoscere la dea — ci sono attimi di felicità. La vita degli dèi è fatta tutta di questi attimi, e noi aspiriamo a questa vita, che è il modello della nostra. Compito di Esiodo, e quindi di ogni poeta, sarà quello di rivelare agli uomini que¬sta verità che è venuto a conoscere.

Questo della poesia, intesa come conoscenza ì rivelazione, è un altro tema tipicamente pavesiano.

« La Chimera »: gruppo « mondo titanico e nequizie divine ». Tema: la « sconfitta », le … iniquità divine …

Bellerofonte, vissuto nel mondo dei mostri,’lui che « giusto e pietoso » aveva ucciso la Chimera, lui che « ha veduto gli dèi, come noi ci parliamo», non sa «rassegnar¬si a morire ». A cavallo delle due età — mito, violenza, irrazionaie-legge - ragione - obbedienza - impersona, nel suo vivere con accorato affanno la prima senza sapersi adattare alla seconda, il contra¬sto tra bisogno della maturità e permanicnza nell’adolescenza, antinomìa che egli non risolverà mai se non con la morte, e che anche qui sfocia nella morte, come ascia intendere la conclusione del dialo¬go: « E perché non si uccide lui che sa queste cose? » — chiede Ippòloco. « Nes¬suno si uccide. La morte è destino. Non sì può che augurarsela, Ippòloco » — Ri¬sponde Sarpedonte.

« L’inconsolabile »: rientra in « salvezze umane e dèi in imbarazzo’’. Tema:
« ribellione del sesso » — « ribellione con¬fortevole ».

In esso Orfeo spiega perché, disceso nell’Ade, non ha voluto far rivivere Euridice, pur avendone la possibilità. « Vale¬va la pena di rivivere ancora? (…) Allora dissi: « sia finito » e mi voltai.

Euridice scomparve come si spegne una candela ».
Orfeo negli Inferi non cercava l’amore di Euridice, ma se stesso, il proprio de¬stino. Là comprende, attraverso la sua poesia, che « i morti non sono più nulla »
È chiara l’identificazione di Orfeo con Pavese stesso che, giunto a conoscere con l’arte e la poesia lo sfacelo del proprio destino, rifiutò di rimanere qui, dove « crediamo all’amore, e alla morte e pian¬giamo e ridiamo con tutti », e, spinto da una profonda esigenza non solo esisten¬ziale, ma anche morale e metafisica, pre¬ferì troncare subito la propria vita senza significato con la morte volontaria.

« Gli uomini »: parla di Zeus, che scen¬de a scapricciarsi tra gli esseri umani, e a Cratos, che considera questo una cosa assurda, in quanto gli uomini sono « più miserabili dei vermi », Bia spiega che ciò avviene perché il mondo « se pure non è più divino, proprio per questo è sempre nuovo e sempre ricco per chi ci discen¬de dal monte … la parola dell’uomo, che sa di patire e si afferma e possiede la ter¬ra, rivela per chi l’ascolta meraviglie ».

Per questo « gli dè4 giovani … tutti cam¬minano la terra tra gli uomini … soltanto vivendo con loro e per loro si gusta il sa-pore del mondo », si può conoscere « il frutto più ricco della vita mortale: la donna ».
Il dialogo è l’affermazione d’un credo pavesiano nella vita, in quella vita che, pur dolorosa ed incerta, ha una pregnanza, un fascino, concentrati nel suo frutto più sapido, la donna, che al suo paragone nulla vale l’amorfa e immobile vita degli dèi.

Bibliografia:
1) G. Manacorda, Storia della letteratura italiana contemporanea, Roma 1967.
2) JF. Flora, Storia della letteratura italiana, voi. V, pagg. 756-757, Mondadori, Milano
3) G. B. Maschio, Panorama letterario del ‘900, pagg. ÌQO-114, Paravia, Torino 1974.
4) V. S. Gondola, Pavese nei Dialoghi con Leucò, sta in Alla Bottega n. 4 anno 1975
pagg. 41-48.
5) D. Lajolo, II vizio assurdo, Mondadori. Milano 1972.
6) Vita di C. Pavese attraverso le lettere, Einaudi, a c.Lorenzo Mondo, Torino 1974.

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